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# Il bluff che prese Roma
- URL: https://www.ondaverba.com/il-bluff-che-prese-roma/
- Published: 2026-10-28T05:57:13.000Z
- Updated: 2026-10-28T05:57:13.000Z
- Author: Martin J. Osburton
- Tags: Storia

***Centoquattro anni fa la marcia su Roma, riletta con Renzo De Felice.***

> *Un re che non firma e un capo che arriva in vagone letto: lo storico che li raccontò con le carte in mano si sentì dare del revisionista fino alla morte.*

Il **28 ottobre 1922** pioveva sulle colonne di squadristi che, male armate e peggio equipaggiate, si erano accampate tra il Lazio e l’Umbria in attesa di entrare a **Roma**. Quanti fossero, con esattezza, non lo sa nessuno, dato che le stime vanno da poco più di sedicimila a ventiseimila uomini, mentre nella capitale la guarnigione contava meno di trentamila soldati ben armati, che restarono ad aspettare l’ordine di fermarle. L’ordine non arrivò, perché **Vittorio Emanuele III** si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio che il presidente del Consiglio **Luigi Facta** gli aveva sottoposto. Due giorni dopo **Benito Mussolini** arrivò da Milano in vagone letto per ricevere dal re l’incarico di formare un governo che sarebbe durato fino al 25 luglio 1943.

Su che cosa sia stata la marcia si discute da un secolo, perché ciascuno ha trovato la definizione che gli tornava utile. **Il regime ne fece una rivoluzione**, anche se nel 1944 lo stesso Mussolini ammise che era cambiato il sistema di governo e non la forma istituzionale dello Stato. Per gli antifascisti in esilio era stata una messinscena. La formula che regge ancora l’ha trovata **Renzo De Felice\***, quando scrisse che era stata «***un bluff sul piano militare, un successo sul piano politico***». Bluff, d’accordo, a patto di ricordare che quei giorni lasciarono dietro di sé morti e feriti, prefetture e stazioni occupate, e che chiudevano due anni di violenze squadriste che gli apparati dello Stato avevano tollerato finché servivano contro i socialisti.

Nelle oltre cento pagine che dedicò all’ottobre del ‘22 nel secondo volume del suo Mussolini, uscito da Einaudi nel 1966, **De Felice** racconta soprattutto una trattativa, nella quale Mussolini e il segretario del partito **Michele Bianchi** negoziavano con **Giolitti**, **Salandra**, **Nitti**, **Orlando** e **Facta** e nello stesso momento li minacciavano. Ognuno di quei notabili si illudeva di poter **costituzionalizzare il fascismo**, cioè di addomesticarlo con il vecchio gioco trasformista, e poiché nessuno voleva perdere il treno, Mussolini poté scegliere la combinazione che gli conveniva di più.

> **“Renzo De Felice non fu un "fascista", ma il suo metodo d'indagine storiografica rigoroso e non allineato alla vulgata antifascista dell'epoca gli attirò forti ostilità, isolamento accademico e durissime polemiche politiche.”**

Il resto lo fece il vuoto. Tra il giugno del 1919 e l’agosto del 1922 l’Italia aveva cambiato sei governi, e un Parlamento che vive di crisi ministeriali non ha bisogno di essere espugnato, perché a chi si presenta alla porta sapendo che cosa vuole basta bussare. Sebbene giudicasse con severità l’uomo Mussolini, **De Felice gli riconosceva il talento del tattico**. Confesso che davanti al rifiuto opposto a Salandra, che gli offriva il ministero dell’Interno e altri tre portafogli, provo per quella freddezza un rispetto che i notabili liberali, convinti di potersene servire, non mi hanno mai ispirato.

Per avere scritto queste cose con i documenti in mano, **De Felice**, che era stato allievo di **Chabod** e di **Cantimori**, **passò trent’anni a difendersi dall’accusa di voler riabilitare il fascismo**. Non gli perdonavano di aver messo nero su bianco **ciò che invece le carte dicevano** e che la cultura dominante degli anni Sessanta e Settanta non voleva sentirsi dire, vale a dire che tra il 1929 e il 1936 il regime aveva goduto di un consenso largo, benché in gran parte passivo, e che aveva modernizzato lo Stato. **Lo chiamavano revisionista**, con una parola che avrebbe dovuto descrivere il mestiere di qualunque storico e che invece, per un pezzo del Paese, rimase un insulto. Lui rispondeva che rivedere non vuol dire riabilitare e che i fatti, quando li si lascia parlare, convincono più delle filippiche di certo antifascismo da comizio.

La polemica più dura scoppiò nel 1975 con l’Intervista sul fascismo, nella quale De Felice **separava il fascismo-movimento**, spinto dalle ambizioni dei ceti medi emergenti, dal f**ascismo-regime**, nato dal compromesso con i poteri tradizionali. Riportata all’ottobre del ‘22, quella linea passa proprio tra le colonne ferme sotto la pioggia e la trattativa che Mussolini conduceva da Milano. Gli attacchi più feroci vennero da sinistra, cioè dal campo da cui proveniva, dato che da studente era stato comunista e nel 1956 aveva firmato il manifesto dei centouno contro la repressione sovietica in Ungheria. Isolarlo, però, non riuscì a nessuno, perché la sua rivista, Storia contemporanea, diventò la casa di una scuola.

Fa un certo effetto che una delle difese più nette di De Felice porti la firma di **Paolo Palma**, che fu suo allievo e ha guidato l’istituto calabrese per la storia dell’antifascismo. Palma ricorda, con **Pietro Scoppola**, che l’unica nostalgia leggibile in quei volumi è quella per il ruolo di guida che la borghesia italiana aveva perduto quando si era staccata dalla tradizione liberale del Risorgimento.

**Benedetto Croce** aveva chiamato il fascismo una parentesi, ma una parentesi non dura vent’anni e non ottiene, a un certo punto, l’adesione o almeno la rassegnazione della maggioranza degli italiani, sicché chi ha letto De Felice sa che quel ventennio appartiene alla biografia della nazione quanto il Risorgimento e la Repubblica. De Felice vedeva anzi nella Repubblica nata dal **CLN** (*Comitato di Liberazione Nazionale*) un difetto d’origine, una coesione morale più fragile di quanto la retorica ufficiale lasciasse credere, e forse viene da lì l’abitudine di ricordare il 28 ottobre come si scaccia un fantasma.

Nel 1977, nella voce «***Fascismo***» dell’**Enciclopedia del Novecento**, De Felice si chiese se i destini del fascismo e dell’Italia non si fossero decisi dopo il 28 ottobre, nello scontro tra il fascismo che si poteva ricondurre dentro le regole e quello che voleva rovesciarle. Se così era, concluse, **la condotta della classe dirigente del 1922 diventava più comprensibile**, anche se non per questo scusabile. La domanda è rimasta aperta e mi sembra la più onesta da farsi in questi giorni, mentre tornano a girare le fotografie delle colonne sotto la pioggia e quasi nessuno si chiede che cosa pensassero i ventottomila soldati rimasti in caserma ad aspettare un ordine che il re non volle dare.

> **\*Chi era Renzo De Felice**

> **Nato a Rieti nel 1929 e morto a Roma nel 1996, Renzo De Felice si formò alla scuola di Federico Chabod e di Delio Cantimori ed esordì con studi sui giacobini italiani del Settecento, prima di arrivare al Novecento con la *Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo*, uscita nel 1961\. Professore alla Sapienza di Roma, dove insegnò storia contemporanea, dedicò trent’anni alla biografia di Mussolini, pubblicata da Einaudi tra il 1965 e il 1997 in otto tomi e oltre settemila pagine, l’ultimo dei quali uscì postumo e incompiuto. Tra gli altri suoi libri ci sono *Le interpretazioni del fascismo* (1969) e *Rosso e nero* (1995), il libro-intervista con Pasquale Chessa su Salò e la Resistenza.**