A casa fate come volete
Piccolo uovo, tolto dai nidi di Venezia nel 2015 e letto oggi in quelli di Bologna.
Undici anni fa un sindaco di centrodestra, oggi le pedagogiste dei nidi comunali di Bologna: chi governa il nido pubblico ha detto in tutti e due i casi che a decidere è chi vince le elezioni, mentre i valori di famiglia restano in cucina.
Nel giugno del 2015 Luigi Brugnaro, eletto sindaco di Venezia da una decina di giorni, mandò al personale dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali una circolare con la quale chiedeva di raccogliere i libri «gender». Fra i quarantanove titoli che sparirono dagli scaffali c’era anche Piccolo uovo, la favola di Francesca Pardi disegnata da Altan in cui un uovo, prima di decidersi a nascere, va in giro a vedere come sono fatte le famiglie, e quando dopo le proteste molti di quei libri tornarono al loro posto, Piccolo uovo restò fuori. Annunciando il ritiro, Brugnaro aveva spiegato più o meno che in casa propria i genitori possono farsi chiamare come credono, ma che un sindaco deve pensare alla maggioranza delle famiglie.
Undici anni dopo Piccolo uovo si legge, a bambini che non hanno ancora tre anni, nei nidi comunali Baiesi e Lepido di Bologna. Un padre che aveva chiesto spiegazioni racconta, in un video che in due giorni ha messo in moto mezzo centrodestra, di essersi sentito dire che esiste un «mandato politico-culturale», che al nido si cominciano a gettare i primi semini e che i valori, tanto, alle bambine li danno i genitori a casa.
È la frase di Brugnaro, rovesciata.
In tutti e due i casi l’idea è che il nido pubblico abbia un’impostazione, che a sceglierla sia chi ha vinto le elezioni e che alla famiglia che non la condivide resti la cucina di casa, dove potrà spiegare ai figli il contrario di quello che hanno ascoltato di giorno. Che a Venezia la maggioranza togliesse il libro mentre a Bologna lo mette conta poco, se in entrambe le città il genitore che fa domande viene trattato come un correttivo da sopportare.
Il Comune ha risposto per bocca di Anna Giordano, che dirige il sistema integrato 0-6 e secondo la quale le pedagogiste non fanno educazione sessuale ma educazione al rispetto e alle differenze, sulle quali il nido non ha il compito di dare giudizi di valore. È una risposta sul libro, mentre il padre aveva fatto una domanda sul metodo, e sul metodo regge poco, dato che scegliere che cosa leggere a una bambina di due anni è già un giudizio di valore, e chi lo esercita con i soldi di tutti dovrebbe almeno comunicarlo prima a chi quella bambina la sta crescendo. Con i genitori, che dicono di non essere stati avvertiti prima delle letture, c’è stato un incontro online il 9 ottobre, mentre il resto della discussione è stato rinviato all’assemblea del nido di novembre.
La destra, invece dell’assemblea di novembre, ha scelto le carte bollate. All’esposto in Procura di un esponente della Lega, il quale chiede di verificare se leggere a bambini da zero a tre anni libri sull’identità di genere senza il consenso dei genitori sia un reato, Galeazzo Bignami ha annunciato di volerne aggiungere un secondo, insieme a interrogazioni che salgono dal Comune fino al Parlamento. Un europarlamentare di Fratelli d’Italia, perché la scala non si fermasse a Roma, ha promesso di portare il caso a Bruxelles.
Bignami parla di violazione della legge Valditara, quella sul consenso informato approvata a giugno, senza accorgersi che proprio quella legge racconta il problema meglio di qualunque esposto. La legge 104 del 2026, a leggerla, parla di ordini di scuola, di collegi dei docenti e di consigli d’istituto, cioè di cose che un nido comunale non ha. Per le medie e le superiori stabilisce che le famiglie ricevano almeno sette giorni prima i temi e i materiali delle attività extracurricolari sulla sessualità, così da poter dare o negare il consenso per iscritto. Anche ammettendo che una favola sulle famiglie riguardi la sessualità, cosa che il Comune nega, ne viene fuori un paese in cui il genitore di un quindicenne ha diritto a sfogliare in anticipo i materiali, mentre quello di una bambina di due anni, che a casa non sa ancora raccontare che cosa le hanno letto, può venirlo a sapere a cose fatte.
Intanto il conto lo paga il padre, che ha spostato la figlia più grande in un’altra struttura e per la più piccola, racconta, un posto non l’ha trovato, dopo che al nido comunale, il quale dovrebbe essere di tutti proprio perché lo pagano tutti, gli avevano detto, a sentir lui, che chi non è d’accordo può sempre rivolgersi al privato. Gli esposti e le interrogazioni, per quanto facciano rumore, non gli restituiranno il posto che ha lasciato.
Togliere Piccolo uovo dagli scaffali vorrebbe dire rifare Brugnaro con undici anni di ritardo. Quello che servirebbe è molto meno spettacolare di un esposto e molto più scomodo per chi governa i nidi, cioè un elenco dei libri consegnato alle famiglie all’inizio dell’anno, senza diritto di veto ma con due righe per spiegare perché ciascuno è lì, e un’assemblea convocata prima delle letture invece che a novembre.
Bologna, del resto, un sindaco di centrodestra l’ha già avuto, quando nel 1999 vinse Giorgio Guazzaloca, e prima o poi potrebbe averne un altro. Quel giorno, se qualcuno manderà ai nidi una circolare per raccogliere Piccolo uovo, le pedagogiste che oggi parlano di mandato si sentiranno rispondere che a casa, naturalmente, possono fare come vogliono.