Il divertimento di Eris

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Il divertimento di Eris

Guerre, dazi e povertà: chi lancia la mela e chi la paga.

Alle nozze di Peleo e Teti, per le quali gli dei erano scesi in blocco sul Pelio, nessuno aveva pensato di invitare la dea della discordia, sebbene chi resta fuori dalla porta conosca di solito la strada per le finestre. Eris non fece scenate, perché le bastò far rotolare sulla tavola una mela d’oro con l’iscrizione «alla più bella» e lasciare che Era, Atena e Afrodite se la contendessero finché Zeus, che non aveva alcuna voglia di scontentare due delle tre, scaricò la decisione su un pastore troiano di nome Paride. Quello che venne dopo lo sappiamo dai banchi di scuola, cioè una regina portata via da Sparta e dieci anni di assedio sotto le mura di Troia, mentre colei che aveva messo in moto tutto quanto non era stata costretta a impugnare nemmeno una lancia.

Ci ripenso da diverse settimane ormai, ogni mattina, quando metto in fila le notizie e ho l’impressione che qualcuno abbia ripreso a lanciare mele sulla tavola del mondo, per poi sedersi in disparte a guardare l’effetto che fanno. Il primo ottobre un drone russo ha colpito una scuola di Kyiv, benché l’Ucraina avesse proposto a Mosca, soltanto quest’anno, cinque cessate il fuoco senza che la guerra si fermasse per un giorno; dalla fine di febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto contro l’Iran un fronte che ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un rubinetto che Teheran chiude e riapre secondo convenienza, così che il gasolio alla pompa costa oggi quasi un terzo in più di quanto costasse all’inizio del conflitto. L’Europa, che una guerra dichiarata non ce l’ha, conta intanto i droni attorno ai propri aeroporti (in Germania le segnalazioni del primo semestre sono salite da 101 a 166 rispetto all’anno scorso), mentre il nostro ministro degli Esteri ammette che la guerra ibrida è già in corso, con il tono che si userebbe per un cantiere stradale di cui ci si limita a prendere atto.

Poi ci sono le mele che non esplodono, e che proprio per questo fanno meno notizia. A maggio Donald Trump ha portato al 25 per cento i dazi sulle auto europee e lo ha fatto, è bene ricordarlo, dopo che da Berlino si erano levate critiche alla guerra in Iran, sicché il dazio è diventato una specie di multa per opinione non gradita. A Roma (13/10) il governo ha ottenuto dal Parlamento uno scostamento di circa 29 miliardi per energia e difesa, mentre le misure per le famiglie restano da definire e la detrazione sui lavori della prima casa, se nessuno interviene, scenderà dal 50 al 36 %. Non stupisce che ottobre sia diventato il mese degli scioperi, con una giornata generale il 2 contro il carovita e un’altra il 30 contro la guerra e le spese militari, perché quando chi lavora si accorge che il conto arriva sempre allo stesso indirizzo finisce per scendere in piazza anche senza sapere bene contro chi. Il prossimo sarà il 20 novembre che se non sbaglio dovrebbe essere un venerdì…

Avevo cominciato questo pezzo con l’idea di scrivere che i poveri diventano sempre più poveri, finché giovedì l’Istat non ha pubblicato numeri che dicono una cosa diversa e, a pensarci bene, peggiore. Nel 2025 le persone in povertà assoluta erano 5,4 milioni e le famiglie l’8 per cento del totale, contro l’8,4 dell’anno prima, cioè una cifra che lo stesso istituto giudica stabile, e la stabilità è precisamente lo scandalo, dato che fra quei 5,4 milioni ci sono un milione e centotrentaseimila minori e che il 14,3 per cento delle famiglie con a capo un operaio vive in povertà pur avendo un lavoro. C’è poi un dettaglio che nei titoli si perde, perché quei dati fotografano l’anno precedente alla chiusura di Hormuz, sicché i rincari del 2026 non sono ancora entrati nelle tabelle, dove arriveranno fra dodici mesi, quando nessuno si ricorderà più da dove fossero partiti.

L’impressione di aver già visto questo film (preferisco non dirlo), che confesso di avere anch’io, va maneggiata con cura, perché la storia non si ripete con la docilità che le attribuiscono certi commentatori, e l’Europa di oggi, con le sue pensioni, la sua moneta unica e i suoi tribunali, non è quella del 1930, quando gli Stati Uniti alzarono le tariffe con la legge Smoot-Hawley e gli altri paesi risposero chiudendo a loro volta le frontiere commerciali. Ritorna però un meccanismo che i Greci conoscevano bene, nel quale la scarsità, vera o percepita, mette sulla tavola un oggetto che tutti credono di meritare, finché intorno a quella tavola non si presenta qualcuno che si offre come giudice. Il secolo scorso chiamava questi giudici uomini della Provvidenza, e il loro talento consisteva nel presentarsi come arbitri imparziali della contesa, sebbene, come Paride, avessero già deciso a chi consegnare la mela in cambio di ciò che veniva loro promesso.

Esiodo, che aveva conteso al fratello Perse l’eredità paterna davanti a giudici che lui stesso chiamava divoratori di doni, sosteneva che di Eris ce ne fossero due, una che spinge il vasaio a lavorare meglio quando vede prosperare il vasaio vicino e una che porta la guerra, e chiedeva agli uomini di imparare a distinguerle. Il mito, dal canto suo, racconta poco di che cosa fece Eris dopo il banchetto, forse perché non c’era bisogno di raccontarne di più, dato che chi aveva lanciato la mela poteva limitarsi a guardare, e a guardare, a quanto pare, si diverte ancora.

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