A proprio rischio e pericolo

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A proprio rischio e pericolo

Trenta malati in dialisi hanno perso il centro dove si curavano, perché l’accreditamento non è mai arrivato. Una di loro, che ha versato contributi per trentasette anni, ha detto davanti alle telecamere che a questo punto preferirebbe morire.

Quando una persona anziana dice in televisione «a questo punto preferisco morire», chi l’ascolta dal divano la prende per una di quelle frasi che scappano in coda alla posta. Lei però è in dialisi, e chi è in dialisi e smette di presentarsi muore nel giro di qualche giorno, o al massimo di qualche settimana, sicché la frase va presa alla lettera, come il conto di una persona che ha pesato quanto le costa restare viva e ha cominciato a chiedersi se ne valga la pena.

Fino all’inizio di ottobre lei e gli altri facevano le sedute in un centro privato che la Regione aveva autorizzato ad aprire senza concedergli mai, in due anni, l’accreditamento con cui il servizio pubblico può pagare le cure. Quando per loro il centro si è fermato, i trenta sono finiti ovviamente al pronto soccorso dell’ospedale, dove tornano un giorno sì e uno no. Il giorno in cui una troupe televisiva li ha seguiti, sono arrivati alle tre del pomeriggio, e la signora, che oltre ai reni ha perso la vista da un occhio e ha le ossa così fragili che basta un urto a romperle, è stata attaccata alla macchina alle otto e mezza di sera e si è avviata verso casa a mezzanotte e trentotto, con quaranta euro pagati a una persona che l’accompagnasse. Se questo vi sembra normale.

Il centro, intanto, non ha chiuso, perché continua a lavorare, naturalmente, per chi paga di tasca propria e per i malati di altre regioni che arrivano con l’autorizzazione della loro azienda sanitaria, tanto che i gestori possono dire senza esagerare di essere riconosciuti dalle altre regioni ma non dalla propria. Per la direzione dell’azienda sanitaria la struttura privata non esiste, e ai pazienti erano state offerte sedute di giorno in due centri di altri comuni, con un pulmino per arrivarci, ma loro pare che abbiano rifiutato dopo aver chiesto, come chiunque debba fare la dialisi tre volte alla settimana per il resto della vita, se il pulmino sarebbe passato per sempre o per un paio di giorni.

Un responsabile ha ammesso candidamente che la rete regionale della dialisi non prevede i posti della città, e ha chiamato la cosa «errore di programmazione». È un’espressione da imparare a memoria, perché descrive con la neutralità di un manuale ciò che, visto dalla sala d’attesa, avrebbe un nome molto più brutto. Chi sbaglia un piano non perde lo stipendio, e chi gli ha dato la poltrona non perde le elezioni, dato che il conto lo pagano altri con le loro notti. Che quelle poltrone si assegnino spesso con la tessera di partito, d’altronde, l’ha detto in diretta un assessore regionale alla sanità, ospite della stessa trasmissione, secondo il quale per anni, in diverse aziende sanitarie, i manager sono stati scelti per appartenenza politica e senza alcuna competenza, sebbene oggi, ha aggiunto con il tono di chi parla del passato remoto, le cose stiano cambiando. Si è parlato di ingenuità da parte della struttura, che avrebbe operato a proprio rischio e pericolo senza l’accreditamento, ma le due formule si adattano meglio ai malati, che da ottobre fanno la dialisi a proprio rischio e pericolo e hanno commesso una sola ingenuità, cioè fidarsi dello Stato a cui hanno pagato le tasse per tutta la vita.

Si dirà che i soldi sono pochi, ed è vero, perché l’Italia, come ci dicono i dati, ha una spesa sanitaria pubblica più bassa della media europea e un elenco di cure potenzialmente gratuite tra i più ampi. Quelle dialisi, però, il servizio pubblico le paga comunque, in ospedale e di notte, dopo un passaggio dal pronto soccorso che costa anch’esso. E un piano che dimentica ventinove posti, o una pratica ferma per due anni, con il denaro hanno poco a che fare, in un paese che per la sanità pubblica spende più di centoquaranta miliardi all’anno. Non serve immaginare un complotto per capire chi si gonfia le tasche, dato che ogni pratica arenata negli uffici pubblici spinge chi può permetterselo verso la sanità privata pura, quella che si paga direttamente o con l’assicurazione e che, come si è ricordato, ha alle spalle banche e fondi d’investimento.

Nel caso di questa signora si nota palesemente quella che lei chiama una tecnica per stancarli e dividerli. Probabilmente nessuno l’ha mai messa per iscritto, e sarebbe ingiusto sostenere che negli uffici qualcuno desideri la morte di trenta malati (anche se, a guardare il dato nazionale, c’è da piangere), ma quando l’incompetenza cade sempre sulle stesse persone, cioè sugli anziani soli che come lei non hanno santi in paradiso, chi la subisce ha tutto il diritto di vederci un disegno.

Lo scrivo da parte in causa, perché anch’io ho una malattia seria ai reni e in ospedale ci torno spesso, ogni volta che c’è da “rimettermi in sesto” per un po’, motivo per cui quella frase mi ha lasciato di sasso senza stupirmi affatto. Il paziente che costa meno è quello che non torna. Un sistema che rende la cura così umiliante da far sembrare ragionevole la rinuncia ha trovato il modo più economico di tagliare, dato che non gli serve chiudere un reparto o firmare una delibera, che prima o poi qualcuno impugnerebbe, quando gli basta aspettare che i malati si stanchino.

Alla domanda se sia meglio farla finita o continuare a soffrire, una persona con tanti anni di contributi alle spalle non dovrebbe nemmeno arrivare, e se ci è arrivata è perché qualcuno ha deciso che ventinove posti si potevano dimenticare senza rimetterci niente. Se qualcosa deve finire, sono le carriere di chi firma questi piani e di chi nomina chi li firma, gente abituata a spendere e spandere i soldi degli altri senza mai pagare per i propri errori. Quella sera, per la cronaca, la signora la dialisi notturna l’ha retta ed è uscita dal reparto con lo stesso sorriso che i giornalisti le avevano visto addosso per tutto il giorno, e due giorni dopo l’aspettava di nuovo la stessa sedia, perché un errore di programmazione, a differenza sua, può permettersi di aspettare.

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