Assistenzialismo, magari!
Al convegno di Trento sulla riforma della disabilità l’assessore provinciale ha messo in fila quattro parole che, lette accanto a chi aspetta dal 2024 il riconoscimento dell’invalidità, dicono ciascuna il contrario di quello che promettono.
Stando alla cronaca de L’Adige, nei giorni scorsi duecento persone, tra professionisti dei servizi e rappresentanti delle istituzioni, si sono riunite al Campus Nest di Trento per fare il punto sul «Progetto di vita», che è il cuore della riforma nazionale della disabilità e che in Trentino si sperimenta dalla fine di settembre del 2025. A giudicare dai numeri il punto è presto fatto, perché a giugno le richieste arrivate erano ventitré e i progetti finora definiti sono due, il che fa cento convegnisti per ogni progetto. Davanti a quella platea l’assessore provinciale alla Salute e alle Politiche sociali, Mario Tonina, ha detto, e cito ancora dal giornale: «L’obiettivo è superare ogni forma di assistenzialismo per mettere al centro i diritti, le aspirazioni e l’autodeterminazione delle persone».
È una frase che in un convegno fa la sua figura, e proprio perché è costruita così bene vale la pena di smontarla e di guardarne le quattro parole una alla volta, accanto al cittadino di cui ho già scritto, quello che nel 2024 ha chiesto, certificati alla mano, il riconoscimento dell’invalidità e che nell’ottobre del 2026 lo sta ancora aspettando. Il caso è vero e documentato, anche se i particolari restano fuori da questa pagina perché appartengono a lui.
Assistenzialismo.
Nel vocabolario della politica la parola indica l’assistenza che ha passato il segno, quella che vizia chi la riceve fino a togliergli la voglia di fare da sé. Per superare un eccesso bisogna però che l’eccesso ci sia, e allora tanto vale guardare la cifra: nel 2026 la pensione di invalidità civile vale 340 euro e 71 centesimi al mese. Nel 2020, quando l’importo era di 286 euro e 81, la Corte Costituzionale lo giudicò manifestamente insufficiente ad assicurare il minimo vitale a chi è del tutto inabile al lavoro, e da allora, mentre agli invalidi totali con i redditi più bassi è stata riconosciuta una maggiorazione, la cifra base è cresciuta di una cinquantina di euro. Il nostro cittadino non ha ancora visto un centesimo, sicché nel suo caso l’assistenzialismo risulta superato da un pezzo, e con il metodo più economico che si conosca, che consiste nel non pagare.
Diritti.
La parola sta scritta dal 1948 nell’articolo 38 della Costituzione, dove si legge che «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». Il verbo è all’indicativo. I costituenti, che non avevano paura delle parole e non prevedevano liste d’attesa, scrissero proprio «assistenza», come si scrive di una cosa dovuta, sicché mettere oggi i diritti «al centro» è un’operazione curiosa, dato che ci stanno da settantotto anni e a chi aspetta basterebbe che ogni tanto uscissero dalla carta. Un diritto che non si è ancora potuto esigere dopo più di seicento giorni, anche a contarli dall’ultimo del 2024, somiglia a una cortesia che qualcuno si riserva di fare quando avrà tempo. Lo stesso convegno ha messo tra le questioni ancora aperte il budget di progetto, e questo vuol dire che i diritti stanno al centro mentre i soldi restano da definire.
Aspirazioni.
La riforma chiede che ogni progetto parta dai desideri della persona, e sulla carta è un’idea alla quale non trovo niente da ridire. I primi due progetti trentini riguardano la casa e l’inserimento lavorativo, che sono ottime cose per chi un lavoro è in grado di farlo. Resta da capire che cosa dovrebbe desiderare chi lavorare non può e dalle istituzioni non riceve un euro, perché domandargli a che cosa aspira, prima di avergli dato ciò che gli spetta, è come chiedere a un naufrago dove gli piacerebbe passare le vacanze. A quella persona le aspirazioni si sono ristrette, un mese dopo l’altro, fino a ridursi a una sola, che è ricevere una risposta.
Autodeterminazione.
È la più solenne delle quattro, perché indica la capacità e il diritto di una persona di compiere scelte autonome, libere e consapevoli sulla propria esistenza. Chi non può lavorare e non riceve nulla la conosce soltanto rovesciata, nella versione in cui davanti a ogni parola va messo un «non»: non ha la capacità e non ha il diritto di scegliere, e le poche scelte che fa non sono né autonome né libere, perché senza un reddito non si decide dove abitare né da chi dipendere. A chi non ha niente resta da stabilire in piena autonomia soltanto come passare l’attesa, finché arriva il giorno in cui non sa più se sta aspettando quella risposta oppure, più semplicemente, di lasciare questo mondo.
Per vedere le quattro parole funzionare basta restare sempre su L’Adige ma cambiare articolo. L’ufficio di presidenza del Consiglio Provinciale ha stanziato dodicimila euro perché una ventina di consiglieri, di maggioranza e di minoranza, possano andare a Bruxelles all’inaugurazione, il 13 ottobre, di una mostra fotografica su De Gasperi che è l’adattamento di una già allestita in Trentino: due giorni spesati, a circa 630 euro a testa, con cena, visita al Parlamento europeo e pomeriggio libero (ovviamente). Lì c’è tutto, perché c’è l’assistenza, che copre volo e albergo, c’è il diritto, riconosciuto a tutti e trentacinque i consiglieri senza bisogno di certificati, c’è l’aspirazione, esaudita prima ancora che qualcuno la esprimesse, e c’è perfino l’autodeterminazione, che nel programma si chiama pomeriggio libero. Seicentotrenta euro sono quasi due mensilità della pensione di invalidità, mentre con i dodicimila se ne pagherebbero trentacinque, cioè più mesi di quanti il nostro cittadino ne abbia finora passati ad aspettare. Si dirà che nel bilancio del Consiglio provinciale sono spiccioli, ed è vero, ma fossero anche cento euro il discorso non cambierebbe, perché a pesare è la facilità con cui si trovano: il budget dei progetti di vita sta ancora tra le questioni aperte, mentre quello per Bruxelles è stato deliberato il 23 settembre, dato che per certe cose i soldi ci sono sempre.
Come vedete, rimesse in fila, le quattro parole tornano a comporre una bella frase, di quelle che la politica pronuncia quando vuole mostrarsi dalla parte di qualcuno e che a chi non ha niente arrivano come un’entrata a gamba tesa su un giocatore già a terra. L’assistenzialismo, a ben guardare, si può superare in due modi, dei quali soltanto il primo costa denaro: si mettono le persone in condizione di non dover chiedere, oppure si aspetta che smettano di farlo.