Il cavallo di Troia era nel cassetto
Per difendere il nuovo romanzo dall’intelligenza artificiale Paolo Giordano ha staccato dalla rete il computer su cui scrive e consegna il testo all’agente su una chiavetta USB, che è proprio il punto in cui la sua fortezza si apre.
Ieri (14 ottobre) ho comprato il giornale, il Corriere, perché c’era un pezzo, un editoriale, a firma di Paolo Giordano appunto, che mi ha particolarmente intrigato mentre la mattina scorrevo la rassegna stampa su Sky TG24. Che cosa mi ha spinto a comprare la versione cartacea del giornale? Mi ci ha spinto una disamina sull’IA nel complesso mondo dell’editoria, che ho trovato interessante ma, allo stesso tempo, un po’ troppo allarmistica. Mentre leggevo il pezzo, mi è venuto in mente Douglas Adams, che scrisse più o meno questo:
ciò che esiste quando nasci ti sembra normale;ciò che viene inventato tra i tuoi quindici e i tuoi trentacinque anni ti sembra eccitante;ciò che arriva dopo ti sembra contro natura.
Giordano è nato nel 1982, e se gli si applica la regola di Adams il conto torna con una precisione quasi crudele, perché l’intelligenza artificiale alla portata di tutti è arrivata quando lui di anni ne aveva quasi quaranta, mentre la chiavetta USB, che comparve nei negozi nel 2000, quando lui non aveva ancora diciott’anni, appartiene alla stagione delle ‘cose eccitanti’. Non stupisce, allora, che per difendersi dalla prima sia tornato alla seconda.
Per trovare una chiavetta che funzionasse ancora, Giordano ha dovuto rovistare nei cassetti, e quella che alla fine è saltata fuori conteneva un backup del 2010, che lui ha cancellato perché diventasse la memoria di riserva del romanzo a cui sta lavorando. Lo racconta sul Corriere della Sera del 14 ottobre, in un pezzo nel quale si dichiara “disertore” dell’intelligenza artificiale e spiega di aver staccato da internet il computer su cui scrive, di non salvare più le versioni sul cloud e di voler consegnare il testo alla sua agente a mano, sulla chiavetta o su fogli stampati, oppure per corriere espresso.
Sono precauzioni che si leggono con simpatia, perché chi ha visto come le grandi aziende tecnologiche hanno trattato i nostri dati negli ultimi vent’anni capisce da dove venga la diffidenza, e la capisco anch’io, che scrivo per necessità con l’aiuto di un’intelligenza artificiale e lo dichiaro ai lettori. Quello che non torna è l’oggetto pescato nel cassetto, giacché in tutta la fortezza costruita da Giordano la chiavetta è l’unico punto in cui le mura si aprono, e chi ricorda come finì Troia sa che le città assediate cadono di solito là dove sono gli assediati stessi ad aprire un varco.
Nel secondo libro dell’Eneide sono i Troiani a trascinare il cavallo dentro la città e, poiché dalla porta non passa, abbattono con le loro mani un tratto delle mura: dividimus muros et moenia pandimus urbis, racconta Enea, cioè fummo noi a spaccare le mura e ad aprire la città. Laocoonte li aveva avvertiti che dei Greci bisogna avere paura anche quando portano doni, ma il dono era troppo bello perché qualcuno si rassegnasse a lasciarlo fuori.
La chiavetta di Giordano funziona come quel cavallo, con l’aggravante che viaggia in due direzioni. Nel viaggio d’andata il riparo finisce appena l’agente la infila in un computer collegato, perché da lì il romanzo passerà alla casa editrice, al redattore, all’impaginatore, alla tipografia e alle piattaforme che venderanno l’ebook, dato che un libro esiste per uscire dalle mura e nessuno ha ancora trovato il modo di pubblicarlo senza passare dalla rete. Che poi i libri pubblicati finiscano dentro le macchine è un fatto documentato. Nel 2025 Anthropic, l’azienda che produce Claude, cioè l’assistente con cui scrivo anche questo pezzo, ha accettato di pagare un miliardo e mezzo di dollari, circa tremila per titolo, agli autori e agli editori di mezzo milione di libri scaricati da archivi pirata per costruire la biblioteca su cui il modello veniva addestrato.
Nel viaggio di ritorno, che Giordano non considera, la chiavetta può portare dentro la macchina isolata ciò che ha raccolto fuori, e c’è un precedente che ha fatto scuola: secondo la ricostruzione più accreditata, Stuxnet, il programma informatico scoperto nel 2010 dopo che aveva sabotato le centrifughe iraniane di Natanz, superò l’isolamento di impianti scollegati da internet, proprio come il computer di Giordano, dentro una chiavetta USB che qualcuno vi aveva infilato.
Della fortezza, allora, resta protetto soltanto ciò che non uscirà mai di casa, cioè le stesure intermedie e i ripensamenti, mentre il libro, che di quella casa è la ragione, prima o poi dovrà passare dalla porta. Giordano, per giunta, racconta di salvare ogni giorno una versione numerata del romanzo, così da poter documentare il proprio lavoro se un rilevatore come Pangram, il cui verdetto è appena costato a un autore haitiano-canadese il posto tra i candidati al Goncourt, dovesse un giorno metterlo in dubbio; e se quel giorno arrivasse, l’unico modo di esibire le prove sarebbe copiarle su una chiavetta e portarle fuori dalle mura, dove a esaminarle potrebbe esserci un’altra macchina.
Personalmente la questione francese, che Giordano cita nel suo pezzo, non mi tange, perché ciascuno può scrivere come gli pare: se un testo scritto con l’IA è bello, avvincente e mi prende come mi prenderebbe Milan Kundera, va bene così.
Diffidare di uno strumento senza riuscire a farne a meno, del resto, è un’abitudine antica. Nel Fedro Socrate racconta di un re egiziano convinto che la scrittura avrebbe reso gli uomini smemorati, e noi lo sappiamo soltanto perché Platone lo mise per iscritto, così come il manifesto della diserzione di Giordano molti di noi l’hanno letto in rete, sul sito del Corriere, dove c’è perfino un pulsante per farselo leggere ad alta voce.
Il romanzo farà la stessa strada del manifesto, perché chi scrive per essere letto prima o poi deve consegnare, sicché la diserzione di Giordano durerà quanto la stesura. Quando avrà scritto l’ultima pagina, toccherà anche a lui, come ai Troiani, allargare la porta.