L'immensa distrazione di Marcello Fois: un premio alla memoria scomoda.

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L'immensa distrazione di Marcello Fois: un premio alla memoria scomoda.

Sono contento che la sessantaquattresima edizione del Premio Campiello, assegnata sabato 3 ottobre al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, sia andata a L'immensa distrazione di Marcello Fois (Einaudi), che ha raccolto 83 voti contro gli 80 di Lo sbilico di Alcide Pierantozzi. A rendere significativo il riconoscimento è una materia narrativa nella quale il successo economico deve fare i conti con ciò che è costato agli altri, mentre la storia di una famiglia lascia emergere le contraddizioni del Novecento italiano. La fortuna, qui, non coincide con l'innocenza.

Fois torna alla saga familiare, dopo i sardi Chironi, e la colloca in Emilia: il 21 febbraio 2017 Ettore Manfredini, che ha novantacinque anni, è morto da un momento e ha l'impressione di svegliarsi, sicché nello spazio di quell'istante di coscienza, che il romanzo dilata per quasi trecento pagine, ripercorre ciò che ha costruito e ciò che lascia, compreso quello che ha perduto per strada. Partito dalla miseria in Emilia, è diventato un ricco industriale della carne, ma all'origine della sua ascesa c'è un'appropriazione: nel 1938, quando le leggi razziali fasciste costringono alla fuga i Teglio, la famiglia ebrea per cui lavorava da ragazzo, il loro mattatoio kosher passa ai Manfredini attraverso un inganno.

A dirla tutta, anche il matrimonio con Marida, unica superstite della famiglia Teglio, nasce più dal calcolo che dal sentimento, perché la ragazza viene accolta in casa Manfredini come una parente, non senza secondi fini, e data poi in sposa a Ettore. I quattro figli (Carlo, Enrica, Edvige ed Ester) appartengono a una dinastia che sta insieme più per necessità che per affetto, e le loro vicende attraversano il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la Shoah e gli anni di piombo, fino alla lotta armata nella quale resta invischiata Ester, sicché alla crescita del patrimonio si contrappone il fallimento dei rapporti umani.

È questo il nodo che a me interessa di più: che cosa resta di una vita riuscita, se a misurarla non sono più il denaro e il potere? Il titolo, che secondo Fois rimanda a Pascal, offre una prima chiave, perché per Pascal gli uomini, «non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza», hanno creduto meglio non pensarci, e la vita diventa così una distrazione dal morire. La condizione di Ettore porta la domanda al limite, dal momento che il tempo delle azioni è finito e rimane quello del bilancio, nel quale la prosperità non assicura l'amore e non cancella le responsabilità che hanno accompagnato la sua conquista. Walter Benjamin, nella settima delle tesi sul concetto di storia, scritte all'inizio del 1940, ricorda che ogni patrimonio culturale «non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie», e la formula si adatta bene a una fortuna cresciuta in un mattatoio tolto a chi era stato costretto ad andarsene.

Intervistato dopo la vittoria, Fois richiama Conrad per parlare dell'osservazione come lavoro dello scrittore e dice di desiderare, intorno a sé, persone più capaci di scandalizzarsi e di esprimere dissenso. Mi sembra un auspicio da accogliere, perché davanti alla vicenda di Ettore lo scandalo può consistere proprio nel rifiuto di considerare accettabile tutto ciò che ha prodotto una fortuna.

Dopo la proclamazione Fois ha dedicato il premio a Michela Murgia, che ha ricordato come «una donna bellissima, tutt'altro che livorosa, molto resiliente» e il cui nome compare anche nella dedica del romanzo. Murgia, scomparsa il 10 agosto 2023, aveva vinto a sua volta il Campiello, nel 2010, con Accabadora. Nella stessa serata Fois ha ricordato anche Grazia Deledda, Nobel per la Letteratura del 1926 e unica donna italiana ad averlo vinto, a duecento metri dalla cui casa dice di essere nato, e ha lamentato che a scuola, nel centenario, nemmeno le tracce della maturità se ne siano ricordate. A questi ricordi si affianca la riflessione sulla difficoltà del mestiere di scrivere, perché per Fois il romanzo è stato «un bilancio di tutto» e perché tra chi scrive e chi si limita a pubblicare passa, a suo dire, una differenza tutt'altro che piccola, mentre l'osservazione fa parte del lavoro anche quando dall'esterno sembra inattività. Saluto dunque questo premio come un'occasione per riportare l'attenzione su una narrativa che interroga insieme la storia collettiva e le responsabilità private, dato che il bilancio di una vita non si esaurisce nell'inventario dei suoi beni.