Se il computer stampa bitcoin, perché lo vendono a me?
Oggi ho letto la testimonianza dell’imprenditore cinquantenne di Trento che ha affidato quasi tutti i suoi risparmi al sistema «Hashburst», e confesso che, mentre leggevo, alla solidarietà che si deve a chi ha perso decine di migliaia di euro si è mescolata una domanda poco caritatevole. Secondo l’inchiesta della Guardia di Finanza, i trentini che ci avrebbero investito sono almeno duecento, per un danno che gli inquirenti stimano in circa cinque milioni di euro nel solo Trentino-Alto Adige.
Questa volta non si parla di anziani raggiunti dalla telefonata del finto nipote o del finto carabiniere, persone spesso sole che con algoritmi e criptovalute non hanno alcuna dimestichezza, perché il protagonista è un adulto nel pieno delle forze che, dopo averne sentito parlare da alcuni amici, è andato di sua iniziativa a informarsi sul mining, dato che, come racconta lui stesso, «la curiosità ha avuto la meglio», e ha finito per comprare due apparecchi.
Per gli anziani ci siamo attrezzati (più o meno), e meno male, tanto che nei circoli si organizzano incontri con le forze dell’ordine per spiegare come si riconosce un raggiro, e perfino certe trasmissioni del pomeriggio, di quelle che si guardano con un po’ di vergogna, ripetono i numeri Whatsapp da chiamare con un’insistenza che il 112 non ha mai conosciuto. Di chi la fregatura va a cercarsela con le proprie gambe, invece, non parla quasi nessuno, forse perché è più comodo chiamarlo vittima che domandargli come gli sia venuto in mente.
L’imprenditore spiega di essersi convinto per la presenza di professionisti affermati, alcuni anche noti, e per la sicurezza con cui il progetto veniva presentato, che sono però proprio gli strumenti di chi vende fumo, dato che chi ha in mano un affare vero di solito non ha bisogno di riempire una sala per trovare qualcuno disposto a finanziarlo. I computer venduti non avevano la potenza necessaria per il mining, come hanno accertato anche gli inquirenti, e secondo la consulenza tecnica fatta eseguire da chi si è dichiarato truffato costavano circa venti volte il loro valore, cosicché un apparecchio da 1.600 euro veniva pagato 30.000. Non serve essere imprenditori, anche se aiuta, per capire che a chi sta per spendere una cifra simile bastano dieci minuti per scoprire quanto costa lo stesso computer in negozio e per farsi la domanda che si farebbe un bambino: se quella macchina fabbrica soldi, perché chi la possiede preferisce vendermela invece di tenersela?

Il passaparola, che ogni campagna antitruffa indica come la prima difesa, in questa storia ha lavorato in entrambi i sensi, perché prima ha portato l’imprenditore dentro l’affare e poi, dopo due anni di attese e di scuse sempre diverse, gli ha fatto scoprire che altri amici erano nella sua stessa situazione; viene da pensare che, se in quel giro qualcuno avesse fatto circolare un dubbio invece dell’entusiasmo, parecchi risparmi sarebbero ancora al loro posto.
Sebbene la colpa di una truffa, se i giudici confermeranno ciò che sostengono gli inquirenti, resti di chi l’ha organizzata, e sebbene nessuno si meriti di perdere i risparmi di una vita, un adulto che entra di sua volontà in un affare il quale promette denaro senza lavoro somiglia più a uno scommettitore sfortunato che a un indifeso. Chiamarlo allocco, con tutta la bonarietà di cui sono capace, mi pare perciò più rispettoso che compatirlo, perché chi ci è cascato con tutte le scarpe e con tutti i soldi può almeno servire da avviso a chi sta valutando il prossimo affare sicuro.
Agli anziani insegniamo a riattaccare il telefono, mentre agli adulti che vanno in cerca del guadagno facile non diciamo niente, sicché alla fine resta soltanto la frase che si sente ripetere ogni volta, quando i soldi sono spariti: «sembrava tutto vero». C’è da crederci, perché le cose sembrano vere soprattutto a chi ha già deciso di crederci.