Sei di Trento se… sei una "papaya"
Lo ammetto, sono iscritto anch’io al gruppo Facebook più noto di Trento, che frequento spesso e volentieri e dove un post di questi giorni merita più di un semplice commento. Sappiamo benissimo che su Facebook si possono lasciare commenti con un soprannome o in totale anonimato, e sotto il post di un “baccello di piselli” che vorrebbe organizzare proteste pacifiche, il rimprovero più secco per la faccia che manca l’ha scritto un “mango”.
Nel gruppo «Sei di Trento se…», che su Facebook conta circa trentottomila iscritti, qualcuno ha chiesto in questi giorni chi si ricordasse la signora che negli anni Settanta, all’inizio di via del Suffragio, vendeva spiedini di castagne e d’uva. Sotto la domanda si sono messi in fila i ricordi di chi quegli spiedini li aveva comprati da bambino, finché uno di loro ha precisato che l’uva candita la faceva un'altro, anni dopo. Chi l’aveva posta, a guardare la firma, non era un trentino con nome e cognome, perché in cima al post c’era TalentedPapaya9755, cioè una papaya di talento con quattro cifre in coda.
Da quando Facebook, alla fine del 2025, permette ai gruppi che lo vogliono di far scrivere gli iscritti con un soprannome, che nasconde nome e foto agli altri membri ma non agli amministratori, la frutta circola liberamente, meglio che in un ortofrutta, anche a Trento. Nel giro di poche ore un “pomelo” luminoso che medita di trasferirsi in città ha raccolto più di cento risposte alla domanda se qui sia facile conoscere gente, e un “baccello di piselli” con gli occhiali da sole, che firma “CharmingPeapod4292”, ha proposto di mettere insieme un gruppetto per discutere dei problemi dell’Italia e organizzare qualche protesta pacifica. Questo in particolare, ha attirato la mia attenzione.
Il programma del “baccello” stava in sette punti (meno tasse e meno dazi, più medici, più scuola, più sicurezza, un’intelligenza artificiale che non mangi posti di lavoro, meno spese militari all’estero e più attenzione al Medio Oriente) sui quali sarebbe difficile trovare qualcuno in disaccordo, tanto che un commentatore li ha paragonati ai desideri che le Miss appena elette esprimono davanti alla giuria. Quasi nessuno, sotto il post, ha discusso i sette punti, perché la discussione si è fermata subito sulla faccia che mancava e in parecchi hanno scritto che chi propone di fare politica dovrebbe almeno presentarsi con il suo nome. Il commento più secco l’ha lasciato “FunMango4760”, che ha scritto «Tutto questo con un profilo anonimo» con il tono di chi coglie un altro in fallo, senza accorgersi di essere, a sua volta, un “mango”.
Il “mango”, però, ha ragione.
Ha ragione per un motivo che la “papaya” e il “pomelo” spiegano meglio di qualsiasi regolamento, dato che a loro nessuno ha chiesto un documento prima di regalare un ricordo o un consiglio, e che la faccia l’hanno pretesa soltanto da chi voleva portare altre persone in piazza. I trentini, in questo, sono più coerenti di quanto sembri, perché il loro istinto coincide con una regola che la legge conosce da quasi un secolo. Il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza chiede a chi promuove una riunione in luogo pubblico di avvisare il questore almeno tre giorni prima, e la Cassazione distingue il promotore, che della riunione risponde, dall’oratore, che non ne risponde, anche se il decreto sicurezza di quest’anno ha rimesso nel testo, per chi prende la parola, una sanzione che la Corte costituzionale aveva cancellato nel 1979, vabbè, lasciamo da parte cifre e regolamenti. Chi si limita a parlare può anche essere un frutto, mentre chi chiama gli altri a esporsi deve esporsi per primo, sicché il “mango”, che commenta e non convoca nessuno, ha tutto il diritto di restare un “mango”, e il “baccello”, che convoca, no.
Il guaio è che, in un gruppo nato perché i trentini si riconoscessero tra loro, anche la frutta più innocua e matura toglie qualcosa. Il nome, in una città come Trento, è sempre servito a capire di chi fossi figlio, in quale via fossi cresciuto e se la signora delle castagne l’avessi vista davvero, mentre un soprannome che, a quanto si legge, si può cambiare ogni due giorni non lascia a nessuno il modo di ricordarsi di chi lo porta. Sebbene la “papaya” possa ricordare la signora delle castagne, nessuno potrà mai ricordarsi della papaya.
Uno pseudonimo, che da sempre usano tanti scrittori anche celebri, almeno resta lo stesso da un pezzo all’altro e si porta dietro tutto quello che ha scritto, cosicché chi legge può andarlo a cercare e chiedergliene conto, mentre un soprannome intercambiabile non ha un ieri di cui rispondere. Se il “baccello” vuole davvero il suo gruppetto, non è obbligato a dire come si chiama a circa trentottomila sconosciuti, perché gli basterà dirlo al questore, tre giorni prima. Per le castagne di via del Suffragio, invece, va benissimo anche una “papaya”.