So che numero di scarpe porta Andrea Sempio

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Mentre oggi scade lo sconto sul gasolio, Hormuz resta chiuso, un caccia italiano ha abbattuto un drone in Lituania e la Spagna scende in piazza per la casa, da un anno e mezzo la televisione italiana indaga su un delitto del 2007, e sarebbe comodo dare la colpa ai palinsesti se a tenerli accesi non fossimo noi.

So che Andrea Sempio porta il 44, lo stesso numero che portava nel 2007, perché ha tenuto a precisarlo lui stesso in televisione, e so su quale muro sia rimasta l’impronta 33, benché nessuno mi abbia mai chiesto di impararlo. Non saprei invece elencare nemmeno una delle sette condizioni che l’Iran pone per riaprire lo Stretto di Hormuz, sebbene da quelle, assai più che dalla scarpa di Sempio, dipenda quanto pagherò il gasolio o la benzina stamattina.

Oggi, lunedì 5 ottobre, scade infatti lo sconto di 6,1 centesimi sulle accise del diesel, che il governo aveva già dimezzato a fine settembre e che da domani lascia il posto alle accise mobili, un meccanismo che usa l’Iva incassata in più per abbassare l’imposta e del quale nessuno sa dire in anticipo quanto valga. Ieri il gasolio al self costava in media 2,244 euro al litro e la benzina 2,049, cioè tredici e undici centesimi meno di una settimana prima, da quando Eni ha fissato per trenta giorni un tetto di 2,19 e di 1,99 euro e le altre compagnie l’hanno seguita, dopo che Giorgia Meloni aveva chiesto loro di «dare una mano» a famiglie e imprese. I tetti però hanno una scadenza, che per Tamoil cade il 31 ottobre, e il diesel resta 52 centesimi sopra il prezzo che aveva prima che a fine febbraio cominciasse la guerra in Iran, il che significa ventisei euro in più a ogni pieno. Poiché nel fine settimana il capo dei negoziatori di Teheran ha ribadito che lo Stretto non riaprirà finché le sette condizioni non saranno soddisfatte, ho l’impressione che il rattoppo durerà meno della guerra.

Il pieno è la sola parte della guerra che mi arrivi a casa con lo scontrino, perché il resto mi raggiunge sotto forma di notizie che leggo in fretta. Il 15 settembre un caccia italiano ha abbattuto vicino a Kaunas un drone che, entrato in Lituania dalla Bielorussia, trasportava esplosivo e secondo il nostro ministro della Difesa era probabilmente russo, e sabato le autorità di Vilnius hanno invitato la popolazione a cercare i rifugi perché un altro drone, a quanto segnalavano i radar, aveva violato lo spazio aereo. Kaja Kallas ha detto che «dobbiamo prepararci ai possibili attacchi», mentre a Kiev, dopo una notte in cui la Russia aveva lanciato sull’Ucraina 135 droni, Friedrich Merz avvertiva che la macchina bellica di Mosca, se non verrà fermata, «finirà prima o poi per rivolgersi contro di noi». La chiamano guerra ibrida, con un aggettivo che serve soprattutto a non dover pronunciare il sostantivo da solo.

Quando El Mundo ha scritto che la Cia avrebbe messo in guardia Italia, Francia e Spagna da droni lanciati dalle navi mercantili nel Mediterraneo, Guido Crosetto ha risposto che l’allarme non trovava conferma e che non serviva «ulteriore benzina sul fuoco». Ha ragione, se non altro perché a due euro al litro nessuno può più permettersi di sprecarla.

Di guerra ibrida si discute a lungo quando i protagonisti sono i droni, mentre quando un attacco informatico, che di quella guerra è un’arma ordinaria, è entrato in una casa di riposo, ne ha scritto quasi soltanto la cronaca locale. Venerdì 25 settembre, verso le sei del mattino, un’infermiera della RSA San Gaetano di Predazzo ha aperto il computer all’inizio del turno e ha trovato il sistema bloccato, con sullo schermo la richiesta di un riscatto in bitcoin, sicché, mentre i telefoni restavano muti, le cartelle cliniche e le terapie di una novantina di ospiti hanno dovuto essere ricostruite sulla carta. La dirigenza non ha pagato. Il presidente della struttura attribuisce l’attacco, in via d’ipotesi, a soggetti stranieri che avrebbero usato una pec, un sospetto che in un ministero farebbe un caso nazionale, laddove una casa di riposo non ha uno stato maggiore a commentarlo né una puntata intera a ripercorrerlo.

Della casa ho scritto pochi giorni fa, quando a Madrid mezzo milione di persone, a sentire il sindacato degli inquilini, ha agitato le chiavi in piazza dopo che il Congresso aveva bocciato i decreti sulla casa, una sconfitta che potrebbe spingere Pedro Sánchez ad annunciare già oggi le elezioni anticipate. In Italia, dove un disegno di legge promette al proprietario un decreto di rilascio in una quindicina di giorni, in piazza non è sceso nessuno. Se sicurezza vuol dire sapere quanto costerà il pieno il mese prossimo e se tra un anno si abiterà ancora nella stessa casa, allora di sicurezza ce n’è rimasta poca, qualunque cosa ne dicano i decreti che portano quel nome.

In questi stessi giorni, il pomeriggio del 29 settembre, La Vita in Diretta, che parlava di Garlasco, ha raccolto 1.767.000 spettatori e il 21 per cento di share, mentre su Canale 5 Dentro la notizia ne teneva altri 1.229.000 sullo stesso argomento (ovviamente), il che fa quasi tre milioni di italiani alla stessa ora. Venerdì Quarto Grado ha dedicato al caso la puntata intera, intitolata «Macigno», e si va avanti così dal marzo del 2025, quando si seppe che la Procura di Pavia era tornata a indagare su Sempio, al punto che a giugno l’Agcom ha resuscitato un comitato sulla rappresentazione televisiva delle vicende giudiziarie che dormiva dal 2012.

Una ragazza di ventisei anni uccisa in casa sua e un uomo che sconta sedici anni di carcere per un delitto di cui la Procura accusa ora un altro meritano che la verità si cerchi fino in fondo. Mi chiedo soltanto perché debba cercarla io, ogni sera, dal divano.

La risposta più comoda è che ce lo impongano i palinsesti per distrarci da ciò che conta, ma non regge, perché la televisione va dove andiamo noi e quel 21 per cento non l’ha trascinato nessuno davanti allo schermo. Credo che ci andiamo perché Garlasco è rimasta l’unica notizia a misura d’uomo, fatta di un’impronta su un muro e di un numero di scarpe, cioè di cose sulle quali chiunque può farsi un’opinione e difenderla a cena. Sulle condizioni di Teheran, o su quello 0,01 per cento del Donetsk per il quale, ha detto il portavoce del Cremlino, Mosca combatterebbe comunque, la mia opinione non sposta niente, e io lo so. Un delitto di diciannove anni fa ha poi un altro pregio, che è quello di non poter più far salire l’affitto a nessuno.

Si dice che la gente non ne possa più, ed è vero, solo che un’esasperazione alla quale manca un bersaglio a portata di mano finisce per sedersi. A Madrid ha trovato la faccia di una donna di ottantasette anni messa alla porta e un mazzo di chiavi da agitare, mentre da noi, dove di chiavi in piazza non se ne vedono, ha trovato il telecomando.

Venerdì sera, a Quarto Grado, Gianluigi Nuzzi ha detto «ci siamo sentiti dei fessi», e parlava di due analisi del 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, che avevano dato esito negativo e delle quali, secondo quanto è emerso in questi giorni, il pubblico ministero non sarebbe stato informato. Aspetto la sera in cui un conduttore userà le stesse parole per le accise mobili, anche se temo che quella sera, come tutte le altre, starò guardando Garlasco.