Calliope non fa promesse
I sogni si avverano? La Musa della poesia epica non l'ha mai giurato a nessuno, nemmeno a suo figlio Orfeo. Ai suoi poeti dava altro: una voce, e qualche verità scomoda.
Prima o poi un sogno smette di stare buono, per anni si accontenta di poco: un pensiero prima di dormire, un «un giorno lo faccio», un file aperto e richiuso senza scriverci niente. Poi comincia a pretendere spazio, il libro, il trasloco in un altro paese, il mestiere cambiato a cinquant'anni mentre parenti e colleghi trovano, con garbo, che sia un po' tardi. In quella fase il sogno non ha ancora una forma. Ha una voce, e spesso nemmeno quella: un borbottio. I Greci a quel borbottio avevano dato un nome, o almeno un volto: Calliope.
Una delle nove Muse, figlia di Zeus e di Mnemosine, la Memoria. Il nome significa «dalla bella voce». La tradizione le dà in carico la poesia epica e l’eloquenza, Esiodo, nella Teogonia, la mette sopra tutte le altre: è lei che sta accanto ai re e li aiuta a trovare le parole quando c’è una lite da chiudere. Nelle immagini la si vede con una tavoletta e uno stilo, a volte con un rotolo ed è il particolare che mi piace di più. La Musa degli eroi e di una guerra durata dieci anni se ne va in giro con gli strumenti di uno scolaro. Perché anche Troia, prima di arrivare fino a noi, ha avuto bisogno di qualcuno che partisse dal primo verso e se ci fai caso, quel primo verso è già una richiesta d’aiuto: «Cantami, o Diva», comincia l’Iliade nella traduzione di Monti.
Che cosa c'entra una figura che Esiodo cantava ventisette secoli fa con i progetti di chi sta leggendo? Parecchio. L'epica è fatta di partenze, prove, cadute e ritorni, e chi ha inseguito un sogno le conosce tutte senza aver mai visto un ciclope. C'è il giorno in cui la cosa sembra fattibile e quello in cui sembra ridicola. Poi arriva il giorno peggiore, quello in cui bisogna sedersi e cominciare. Calliope abita lì, nel passaggio dall'ispirazione al gesto.
Non è un passaggio gentile. Esiodo racconta che le Muse gli apparvero ai piedi dell’Elicona mentre pascolava gli agnelli. La prima cosa che gli dissero fu un insulto: pastori della malora, «solo ventri». La seconda un avvertimento. Sappiamo dire molte menzogne simili al vero, gli spiegarono, e quando ci va sappiamo dire anche il vero. Come accoglienza lascia a desiderare, diciamolo pure. Però è più onesto di tanti ispiratori di professione di oggi, che fanno il mestiere delle Muse senza averne il talento.
Perché «i sogni si avverano» è proprio una di quelle menzogne, suona bene e promette troppo in fretta, non tutti i sogni si compiono, e nessuna Musa può garantire il contrario. Calliope non ci riuscì nemmeno con suo figlio. Orfeo aveva la voce più famosa del mito: col canto muoveva le pietre, ammansiva le belve, convinse perfino i signori dell’oltretomba a restituirgli Euridice. La perse sulla strada del ritorno, a un passo dall’uscita, perché si voltò a guardarla. Se bastasse una bella voce, sarebbe bastata la sua.
Nella vita di tutti i giorni gli inferi sono meno scenografici, mancano i soldi, o la salute, o il tempo, o le persone giuste al momento giusto. Altre volte cambiamo noi, e quello che volevamo dieci anni fa non ci somiglia più. Intanto un intero mercato di corsi motivazionali e frasi stampate sulle tazze spiega a chi inciampa che ci ha creduto troppo poco. È un trucco crudele, perché sposta la colpa sulla vittima: se il sogno non arriva, il problema sei tu, sulle tazze ci è finito perfino Beckett. «Fail better», fallisci meglio, strappato a Worstward Ho, una prosa del 1983 che di incoraggiante non ha proprio niente.
Rinunciare in partenza, però, costa altrettanto, un sogno affidato soltanto all'attesa resta dov'è; uno che prende forma, anche storta, qualche volta sorprende, scrivere la prima pagina non porta dritto al libro, e imboccare una strada non vuol dire arrivare dove si pensava. Sono però cose che si fanno con le mani, e servono a capire se il desiderio regge l'urto con la realtà., capita che il sogno si avveri come lo avevamo immaginato. Più spesso cambia faccia strada facendo, e ogni tanto ci lascia in un posto che all'inizio non avremmo saputo desiderare.
Quello che Calliope offre è una voce: la possibilità di dire che cosa vogliamo e di ricordarci perché ci importa, e di ridirlo, magari peggio, quando la fatica confonde le idee. Sua madre è la Memoria, e la parentela si sente. Per andare avanti, a volte, bisogna ricordarsi chi eravamo il giorno in cui abbiamo cominciato.
Dante la chiama per nome all'inizio del Purgatorio, appena uscito dall'Inferno, con il cielo di nuovo sopra la testa: «e qui Calïopè alquanto surga». Che si alzi, ma alquanto: un poco, non del tutto. La voce piena Dante se la tiene per il Paradiso, dove le Muse da sole non gli basteranno più e dovrà chiamare Apollo in persona: «Infino a qui l'un giogo di Parnaso / assai mi fu». Mi pare la richiesta giusta anche per chi non scrive poemi. Alla Musa si chiede di alzarsi quanto serve per il tratto di salita che abbiamo davanti, e il resto si vedrà.
Allora, i sogni possono avverarsi? Sì, possono, ma desiderarli non equivale a dare un ordine agli dèi. Vogliono tempo e tentativi, circostanze che girino dalla parte giusta, quasi sempre l'aiuto di qualcun altro e chiedono anche il coraggio, più raro, di accettare un risultato diverso da quello previsto.
Per questo Calliope serve ancora: non a convincerci che tutto sia possibile (a quello pensano già le tazze), ma ad aiutarci a dire ad alta voce che cosa, per noi, vale il tentativo. Esiodo, dopo gli insulti e l'avvertimento, si ritrovò in mano un ramo d'alloro e una voce che prima non aveva, le Muse non gli promisero altro.
Il gregge, immagino, gli toccò pascolarlo lo stesso.