Garlasco. Storia di una colonna infame — il filo manzoniano in primo piano

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Garlasco. Storia di una colonna infame — il filo manzoniano in primo piano

Rileggere Garlasco non serve a trovare il colpevole. Serve a capire chi siamo.


Riascoltare i nastri di Garlasco produce un effetto che difficilmente si dimentica. Non la pietà per Chiara Poggi, non la rabbia per un delitto senza pace. Il disagio. Perché quelle voci, quelle pause, quelle frasi maldestre di Alberto Stasi non appartengono più a lui: sono diventate materiale. Ogni sillaba è già una tessera. Ogni esitazione è già una reticenza. Ogni ricordo frammentato è già una strategia di difesa. Così funziona, quando si è già deciso chi è il colpevole.

Oggi quei nastri vengono riavvolti. Un nuovo indagato, elementi tecnici rimessi in discussione, provette e sangue su biciclette che parlano un'altra lingua. E allora il disagio di Stasi — il suo inciampare nelle ricostruzioni temporali, i pochi secondi in casa, la fuga, la chiamata ai soccorsi, il sangue che non tornava — può essere riletto. Non come la freddezza di chi sistema un alibi. Come il panico di chi non riesce a dare ordine a quello che lo sta travolgendo. La stessa scena, gli stessi gesti: due letture opposte, entrambe plausibili, entrambe coerenti con se stesse. Questo è il problema. Ma non è l'unico problema.

Il punto non è capire se Stasi fosse innocente. Né costruire adesso un teorema parallelo su Andrea Sempio — prenderlo, circondarlo con la stessa macchina narrativa, riempire le sue pause con lo stesso sospetto che per anni ha riempito quelle di Stasi. Sarebbe solo una replica con attori cambiati. (E una replica, va detto, che starebbe già andando in scena.) Il punto è più scomodo: quanto dubbio siamo disposti a tollerare prima di chiedere un volto da consegnare alla colpa?

La tragedia di Garlasco non è cominciata il 13 agosto del 2007. È cominciata il giorno successivo, quando il bisogno collettivo di una spiegazione ha cominciato a trasformare un sospettato in un colpevole già scritto. I media come rispecchiamento fedele di questo bisogno, non come sua causa — anche se la differenza, nella pratica, è sempre più sottile. La telecamera che segue Stasi. Il commento che inquadra il suo silenzio. L'analisi della postura davanti al cancello di casa Poggi. Tutto costruisce un racconto che precede il processo, lo accompagna e spesso lo sovrasta. Il processo diventa la ratifica di qualcosa che l'opinione pubblica ha già deciso altrove, in un'arena dove la presunzione di innocenza è una cortesia formale, mai una realtà vissuta.

Alberto Stasi fu assolto due volte. Poi condannato. Il che vuol dire che la certezza — quella certezza — non era mai piena, nemmeno allora. Il principio che dovrebbe reggere la civiltà giuridica è vecchio e preciso: meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Facile da enunciare. Insopportabile da praticare davvero, perché praticarlo significa accettare che esistano delitti senza risposta pacificante, famiglie davanti a un dolore che nessuna sentenza ricompone, comunità costrette a convivere con l'incertezza. E l'incertezza non si sopporta. Non a lungo. Non senza qualcuno a cui darla in consegna.

Per questo Garlasco non finisce. Non è una questione di giustizia, non soltanto. È la storia di un paese che ha bisogno di colpevoli con la stessa intensità con cui ha bisogno di eroi: li costruisce, li espone, li consuma, poi all'occorrenza li smonta e ne cerca altri. Il meccanismo non cambia. Cambia solo il nome sul cartello.

Nella Storia della colonna infame — pubblicata nel 1840 come appendice alla definitiva edizione dei Promessi Sposi Manzoni ricostruì il processo agli untori di Milano durante la peste del 1630, la costruzione sistematica di una colpevolezza necessaria, la ferocia tranquilla con cui un'intera comunità trasformò il bisogno di spiegazione in atto giudiziario. La sua conclusione era scomoda: i giudici non potevano nascondersi dietro lo spirito del tempo. Avevano le facoltà razionali per sapere, e avevano scelto di non sapere. Una cattiva istituzione, scrisse, non si applica da sé. Quasi quattro secoli e niente è cambiato. Il Colosseo è ancora aperto.

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