Il quarto potere non è una metafora
«The key to a great story is not who, or what, or when, but why.» — Elliot Carver, Tomorrow Never Dies (1997).
La pronuncia un criminale. Un magnate dei media che fabbrica guerre per vendere notizie. E questa è già, da sola, tutta la storia.
Elliot Carver è un personaggio di finzione, certo. Ma William Randolph Hearst no. E non lo erano nemmeno i suoi giornali che nel 1898 scaldarono l'opinione pubblica americana fino a farla bollire, spingendo gli Stati Uniti in una guerra contro la Spagna che pochi volevano davvero. «Tu fornisci le foto, io fornisco la guerra» — frase probabilmente apocrifa, ma storicamente plausibile. Il punto non è se Hearst l'abbia detta. Il punto è che avrebbe potuto dirla.
Da allora è cambiato tutto. Sono cambiate le tecnologie, i formati, le velocità. Quello che non è cambiato è la struttura del problema: chi controlla la narrazione controlla la percezione della realtà. E chi controlla la percezione della realtà controlla il resto — le elezioni, i mercati, le guerre, il senso comune.
Il "quarto potere" è un'espressione che si usa quasi per abitudine, spesso con una punta di nostalgia. Come se il giornalismo fosse stato davvero, in qualche epoca d'oro mai ben identificata, un contropotere autonomo e incorruttibile. La verità è più complicata. La stampa è sempre stata anche uno strumento di potere, non solo un suo antagonista. La differenza tra ieri e oggi è che oggi i proprietari dei media sono anche proprietari di piattaforme, algoritmi, infrastrutture digitali. Rupert Murdoch era un editore. Elon Musk è qualcosa per cui non abbiamo ancora un nome ben preciso.
E poi c'è la questione che Carver non avrebbe potuto prevedere: l'algoritmo. Hearst mentiva. L'algoritmo non mente — seleziona. Che è peggio. Una bugia la puoi smontare, portare prove, costruire una confutazione. Una selezione sistematica di cosa entra nel tuo campo visivo non la puoi contestare, perché non sai nemmeno cosa non stai vedendo. Il bias non è nel contenuto: è nell'architettura.
Il risultato è una popolazione informata su tutto e capace di capire poco. Non per mancanza di intelligenza — per eccesso di rumore costruito a tavolino. Le piattaforme non guadagnano sulla verità: guadagnano sull'engagement. E l'engagement genera l'indignazione, la paura, la polarizzazione. La notizia che fa pensare vale meno di quella che fa reagire.
Torniamo allora alla domanda di Carver. Il why — il perché. È la domanda che separa il giornalismo dalla cronaca, l'analisi della registrazione notarile degli eventi. Ed è la domanda che i grandi sistemi mediatici, oggi, hanno tutto l'interesse a non porre. Perché il why porta alle cause, le cause portano ai responsabili, e i responsabili spesso siedono negli stessi consigli di amministrazione di chi fa informazione.
Non è un complotto. È molto più banale: è un conflitto di interessi sistemico, normalizzato, invisibile a forza di essere pervasivo. Carver lo sapeva. Lo usava. Noi, nel migliore dei casi, cominciamo ad accorgercene.