La Sardegna perde la classifica del mare perché il suo mare è troppo bello

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La Sardegna perde la classifica del mare perché il suo mare è troppo bello

Ovvero: come trasformare un vantaggio naturale in una scusa per non governare.


Qualcuno, leggendo la classifica delle Bandiere Blu 2026, si sarà fermato su quel numero con la stessa espressione di chi trova un errore di stampa. La Sardegna, diciassette bandiere. La Liguria, trentacinque. La Calabria, ventisette. Le Marche, venti.

Le Marche.

Viene voglia di mettere un punto e smettere di scrivere. Ma vale la pena capire cosa si sta misurando, prima di incassare l'umiliazione.

La Bandiera Blu non è un giudizio sul mare. Non nuota, non assaggia, non guarda il colore dell'acqua controluce. La assegna la Foundation for Environmental Education, e la FEE valuta documenti: quattro anni di campionamenti delle ARPA regionali sulle acque di balneazione, piani di gestione dei rifiuti, funzionalità degli impianti di depurazione, accessibilità, mobilità sostenibile, educazione ambientale. È una certificazione di sistema, non di paesaggio.

Questo non toglie il problema. Lo sposta.

Cala Goloritzé non ha nemmeno i requisiti per candidarsi. Cala Luna, Cala Mariolu, la costa di Baunei — quella roba che nelle brochure del turismo internazionale fa sembrare l'isola un pianeta a parte — non esiste per la FEE. Troppo selvaggia. Troppo poco infrastrutturata. Troppo sé stessa.

Poi c'è Stintino. La Pelosa ha la prenotazione obbligatoria online, il numero chiuso giornaliero, le navette comunali, le passerelle per disabili, le ordinanze di protezione della sabbia. È tra le spiagge più gestite d'Italia. Eppure Stintino non è in lista. Non per il mare — per la modulistica.

La Sardegna non perde questa classifica nonostante il suo mare. La perde in parte grazie ad esso. O meglio: grazie a come quel mare è rimasto — senza i depuratori a norma, senza i lungomari accessibili, senza i piani comunali che la FEE richiede per mettere una bandiera su un pennone.

Il paradosso è questo: le coste più premiate al mondo da questa classifica sono quelle che hanno investito di più per civilizzarsi. La Liguria ha una costa densamente urbanizzata, industrialmente sfruttata per decenni, e ha risposto costruendo un sistema certificabile. La Sardegna ha avuto la fortuna di non essere devastata allo stesso modo, e non l'ha trasformata in un'opportunità amministrativa.

Fin qui, la difesa. Adesso il processo.

Perché Teulada ce l'ha fatta e Baunei no? Perché decine di comuni costieri sardi non partecipano nemmeno alla selezione? La risposta non è tutta nel paesaggio selvaggio. Una parte sta nella classe dirigente locale, che per vent'anni ha preferito litigare sui fondi della continuità territoriale aerea, sulle seconde case, sulle concessioni balneari — tutto tranne che costruire il sistema di gestione territoriale che una certificazione internazionale richiede.

La Sardegna ha bisogno di bandiere blu come un imprenditore ha bisogno di un bilancio certificato: non perché il bilancio faccia l'azienda, ma perché senza un bilancio leggibile nessuno ti presta soldi. Il turismo di qualità, quello che porta reddito e non svendita, ragiona per certificazioni. E la Sardegna, su questo piano, si presenta ogni anno con le tasche vuote e il mare più bello d'Europa.

Rimane una domanda, e non è retorica.

La Sardegna vuole davvero diventare la Liguria? Vuole quella costa pettinata, quei comuni attrezzati, quella certificazione che richiede anni di investimenti e una macchina amministrativa che gran parte dei suoi borghi costieri non ha e forse non vuole?

Se la risposta è no, almeno si abbia l'onestà di smettere di stupirsi ogni maggio, quando escono le classifiche. Se la risposta è sì, allora bisogna iniziare da Teulada — e chiedersi cosa ha fatto che gli altri non fanno.

I sardi sanno cosa hanno. È ora che chi li governa lo sappia anche in termini di depuratori, piani comunali e modulistica FEE. Il mare non si difende con l'orgoglio. Si difende con il lavoro.

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