L'uomo che Mussolini non poteva permettersi
Ritratto di Italo Balbo, Maresciallo dell'Aria e inconveniente del regime.
C'è una parola nell'aviazione anglofona, balbo, che designa una formazione larga di aerei — si dice ancora così, nei manuali, nelle torri di controllo, nei debriefing delle squadriglie: a balbo. È il lascito di un uomo morto il 28 giugno 1940 nei cieli di Tobruk, abbattuto dalla contraerea italiana — cioè dai suoi — mentre atterrava da una ricognizione. Che Balbo sia sopravvissuto nella lingua tecnica di un paese con cui la guerra sarebbe arrivata di lì a poco dice qualcosa che nessun discorso commemorativo riesce a dire. Era diventato qualcosa che il fascismo non poteva contenere.
Nato a Quartesana, nel Ferrarese, nel 1896, Balbo arrivò al regime attraverso la Prima Guerra Mondiale e le camicie nere, come tanti della sua generazione: squadrista feroce, capo fascista di Ferrara, Quadrumviro della Marcia su Roma. Chi cerca il fascista buono non lo troverà qui — e la storiografia che ha provato a farne un'eccezione gentile ha fatto un cattivo servizio alla complessità. Ma quello che c'è, al di là della violenza degli anni venti, è qualcosa di più raro: un uomo che il regime costruì come strumento e che poi non riuscì più a controllare.
Il 12 agosto 1933 Balbo ammarava nel lido di Ostia alla testa di ventiquattro idrovolanti S.55X che avevano percorso 19.900 chilometri: da Orbetello a Chicago, New York e ritorno. L'America accolse la formazione come nessun europeo era stato accolto dai tempi di Lindbergh. I Sioux dell'esposizione universale di Chicago lo nominarono "Capo Aquila Volante" — gesto pittoresco, ma indicativo di una fama che eccedeva la propaganda. Il Time gli dedicò la copertina. Roosevelt lo ricevette. A New York sfilò in ticker-tape parade come i generali delle guerre vinte. Un viale di Chicago porta ancora il suo nome. Una colonna romana, dono di Mussolini, si erge nel parco lungo il lago Michigan — e ancora oggi i consiglieri comunali discutono se rimuoverla, a oltre novant'anni di distanza: segnale che qualcosa continua a bruciare.
Mussolini incassò l'applauso, promosse Balbo Maresciallo dell'Aria, fece sfilare gli atlantici ai Fori Imperiali su un tappeto di alloro. E poi, nel novembre del 1933, lo spedì in Libia.
Non era un onore. Era un esilio vestito da nomina — cosa che Balbo capì subito e accettò con un «Mio grande capo, sempre agli ordini» scritto con l'ironia di chi sa già come finisce. Mussolini aveva registrato che la popolarità del Maresciallo stava diventando pericolosa non per il regime in astratto, ma per lui personalmente. "Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi", disse di Balbo, in uno di quei momenti di lucidità involontaria che i dittatori si concedono solo quando credono di non essere ascoltati. In Libia Balbo si costruì una seconda fama: fondò villaggi, ammodernò la colonia, cercò di proteggere la comunità ebraica locale dall'estensione delle leggi razziali — o almeno così vuole la tradizione. Quanto fosse autentica quella posizione, quanto fosse tattica, quanto fosse semplicemente il gesto di chi aveva amici ebrei a Ferrara e non intendeva rinnegare amicizie personali per un'ideologia importata da Berlino: la storiografia litiga ancora. Giorgio Fabre, nel suo lavoro documentale sul Gran Consiglio del 6-7 ottobre 1938, ha messo in discussione gran parte della leggenda del Balbo antirazzista. La domanda resta aperta. Come deve.
Quello che decise in pubblico, invece, fu la posizione sull'alleanza con Hitler. Nel 1937, di fronte a Himmler, disse: «Non dimentichi queste mie parole. Fate pure la guerra, ma noi saremo soltanto un peso.» Parole dette a chi teneva il registro delle parole pericolose. Quando Mussolini trascinò l'Italia nel conflitto nel giugno del 1940, si racconta che i due si siano urlati contro a porte chiuse — Ciano annota nel diario senza stupore: «Non aveva voluto la guerra e l'aveva osteggiata fino all'ultimo.»
Il 28 giugno 1940 — diciotto giorni dopo l'entrata in guerra — Balbo stava atterrando a Tobruk di ritorno da una ricognizione su colonne blindate britanniche. Le sirene del cessato allarme non avevano ancora suonato. La contraerea italiana, da terra e dall'incrociatore San Giorgio, aprì il fuoco. L'aereo di Balbo cadde. Con lui morirono otto uomini, tra cui Nello Quilici, padre del futuro documentarista Folco. La moglie, appresa la notizia, urlò: «Me l'hanno ammazzato. Mussolini lo ha fatto uccidere.» Mezza Italia pensò la stessa cosa in silenzio. Due giorni dopo, un aereo britannico paracadutò sul campo italiano una corona d'alloro con un biglietto: le forze aeree britanniche esprimevano il loro sincero compianto per la morte di un grande condottiero che la sorte aveva posto in campo avverso.
Il nemico lo pianse. I compagni aprirono i dossier.
Chi fu dunque Italo Balbo? Fu il più feroce degli squadristi ferraresi e il più riluttante degli alleati di Hitler. Fu il costruttore della Regia Aeronautica e l'uomo i cui idrovolanti Mussolini fece distruggere dopo la trasvolata — come se la macchina della gloria dovesse sparire insieme all'uomo che l'aveva costruita. Fu il gerarca che oscurò il Duce e il governatore che cercò, nei limiti dell'etica possibile dentro un regime, di non essere soltanto un esecutore. Fu, soprattutto, la risposta a una domanda che il fascismo non riuscì mai a formulare: cosa si fa con chi ti dà ragione troppo bene?
Resta la domanda che la storia non chiude: cosa sarebbe accaduto, il 25 luglio 1943, nella seduta del Gran Consiglio che depose Mussolini, se Balbo fosse stato in vita? Era l'unico gerarca con fama internazionale sufficiente a guidare una transizione. Era l'unico che aveva detto no in faccia al Duce — sull'antisemitismo, sulla guerra, sull'alleanza tedesca. Era, per questo, il primo da eliminare.
«Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi.» Mussolini lo disse come un complimento. Era, invece, una confessione.