Cesare Rossi, l'uomo che costruì la macchina e poi la denunciò
Cesare Rossi, il testimone dall'interno del primo fascismo.
Estate 1924. Un uomo siede a un tavolo e capisce che il potere che ha aiutato a tirare su sta per schiacciarlo. Prende carta e penna. Non scrive un'autodifesa. Scrive un'accusa. Quell'uomo è Cesare Rossi, capo dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio di Benito Mussolini, e il documento che esce dalla sua mano passerà alla storia come Memoriale Rossi.
Di solito Rossi viene archiviato in due righe: il gerarca coinvolto nel delitto Matteotti. È la lettura comoda, quella che si infila in una didascalia. È anche la meno interessante. Perché Rossi non conta tanto per chi accusò, ma per chi era prima di accusare.
Faccia i conti, il lettore. Il 30 maggio 1924, oggi sono centodue anni esatti, Giacomo Matteotti sale alla Camera e denuncia brogli, violenze, intimidazioni delle elezioni di aprile. Dieci giorni dopo, il 10 giugno, viene rapito a Roma. Il corpo salterà fuori il 16 agosto, in un bosco fuori città. In mezzo, l'Italia trattiene il fiato: questo scandalo può finire il fascismo prima ancora che diventi regime.
Non finisce così. Il fascismo non crolla. Si indurisce. Dal cadavere di Matteotti nasce, il 3 gennaio 1925, il discorso in cui Mussolini si assume la responsabilità politica di tutto e apre la stagione delle leggi fascistissime. Uno scandalo che doveva seppellire il regime finisce per consacrarlo. Tenete a mente questa domanda, perché è la più scomoda di tutte: come fa un sistema a uscire più forte da uno scandalo che doveva travolgerlo?
Dentro quella domanda c'è Cesare Rossi. Prima di essere l'accusatore, era l'ingegnere o l’architetto, vedete voi. Rivoluzionario quando il fascismo era ancora un fenomeno in cerca di forma, propagandista quando serviva costruire il consenso, uomo delle manovre interne quando serviva tenere insieme il movimento. Conosceva i corridoi, le relazioni personali, la meccanica della violenza squadrista. Non l'aveva osservata da fuori. L'aveva fatta funzionare.
Poi il regime lo scarica. E lui parla.
Qui la storiografia si divide, ed è una divisione che vale la pena raccontare. Renzo De Felice, lo storico che più di chiunque ha smontato il fascismo pezzo per pezzo, trattò il Memoriale con le molle. Diffidava. Quelle pagine venivano da un uomo appena buttato fuori dal cerchio del potere, con ogni interesse a scaricare la colpa verso l'alto. De Felice distingueva: la responsabilità politica di Mussolini era certa, l'ordine diretto di uccidere Matteotti non era provato. Rossi, Marinelli, Dumini potevano aver letto certe frasi del Duce come un'autorizzazione implicita. Una sfumatura, ma di quelle che cambiano un processo.
Mauro Canali, che proprio De Felice incoraggiò a scavare negli archivi, è arrivato più in là: per lui Mussolini fu il mandante politico e sostanziale dell'omicidio. Due studiosi, spesso le stesse carte, conclusioni diverse. È il bello e il tormento della storia: non si chiude mai con un timbro.
Ma quello che attirava De Felice non era Rossi testimone morale. Era Rossi testimone dall'interno. Uno che aveva visto il motore acceso prima che il regime diventasse Storia con la maiuscola, prima che la propaganda lo lucidasse. Non un pentito eroico. Un costruttore che, una volta caduto fuori dalla macchina, comincia a spiegarne i meccanismi.
Ed è qui che la vicenda smette di parlare solo del 1924. La domanda che resta sospesa è una sola: quando un uomo rompe il silenzio dopo essere stato espulso dal potere, dice la verità o sta regolando i conti? Probabilmente le due cose insieme. La storia è piena di rivelazioni nate da questo intreccio sporco di rancore e lucidità.
Non riguarda solo il fascismo. Riguarda ogni potere. Ogni partito produce i suoi ex fedelissimi, gli uomini che prima tacciono perché stanno dentro e poi parlano perché stanno fuori. Spesso sono loro, non gli avversari, a raccontare meglio come funzionava davvero il palazzo. Gli avversari lo immaginano. I traditori lo sapevano.
Rossi era una figura quasi pirandelliana. Cambiò maschera più volte, e ogni maschera diceva un pezzo di verità senza esaurirla. Per questo, a oltre un secolo di distanza, continua a dividere gli storici. Non fu un eroe. Non fu un semplice carnefice. Fu un uomo nel cuore della tempesta che a un certo punto decise di parlare.
I regimi lasciano monumenti, archivi, slogan. Ma le crepe attraverso cui la storia riesce a sbirciare dentro il palazzo, quasi sempre, hanno il volto di chi quel palazzo l'aveva tirato su.