Il burattinaio con i fili addosso
Michele Mari ha scritto un romanzo su un patto tra sopravvissuti. Poi è entrato allo Strega, e ha scoperto come funziona il gioco visto da dentro.
Nel 1975 un gruppo di ragazzi del Liceo Berchet di Milano stringe un patto: ogni anno che passa, ciascuno versa una quota. I soldi si accumulano per decenni. Alla fine, se li spartiranno gli ultimi tre rimasti vivi. È l'invenzione che regge I convitati di pietra, il romanzo con cui Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026, e che lui stesso definisce uno scherzo, una trovata comicamente nera. Un gioco a eliminazione lungo settantacinque anni, dal 1975 al 2050, dove la posta cresce a ogni funerale.
Chi conosce i premi letterari italiani riconoscerà il meccanismo.
Mari, classe 1955, milanese e solitario, li aveva schivati per quasi cinquant'anni. Non fanno per me, ripeteva. Poi la sua agente ha avuto un'intuizione, la casa editrice si è accodata, e lui si è lasciato convincere: proviamo. Se ci credono loro, provo a crederci anch'io. Non un colpo di testa, dice, nemmeno un capriccio. Una resa ragionata.
Quello che è successo dopo, nessuno l'aveva messo in conto. Alcune frasi che Mari avrebbe rivolto a Teresa Ciabatti, altra finalista, su Michela Murgia («era intransigente e violenta perché brutta, sfogava così la sua rabbia») sono uscite dal chiuso di una conversazione e sono diventate il caso dell'anno. Si è arrivati a ipotizzare l'esclusione dal concorso, al punto che la Fondazione Bellonci ha dovuto mettere per iscritto una cosa mai vista: il regolamento non lo consente. Lo Strega dei suoi ottant'anni si è ritrovato a discutere non di libri ma di ciò che un candidato aveva detto a un'altra candidata, in privato, su una scrittrice morta nel 2023.
Mari non smentisce. Sposta il piano: le sue parole riguardavano la reazione alle frustrazioni, valevano per chiunque, uomo o donna. Se qualcuno si è sentito ferito, ha già chiesto scusa, precisando però che non era un'ammissione di colpa bensì una forma di civiltà. Il punto, per lui, sta altrove: una conversazione privata è una cosa, un intervento pubblico è un'altra. «Mi sono sentito, non dico violentato, ma manovrato, manipolato», ha dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera.
Qui il caso diventa interessante. Perché Mari, parlando dei trenta personaggi del suo romanzo, si descrive così: io somiglio più al burattinaio che dall'alto li muove. Un uomo che per mestiere tiene i fili si è accorto di averne addosso. Ha reagito da personaggio dei suoi libri: ha tirato giù la saracinesca e ha aspettato. Se la cosa degenera, amen, si è detto. Vuol dire che non era destino. Si è anche strapentito, parola sua, di essersi lasciato convincere a partecipare.
Il destino invece ha votato: 190 preferenze, e il secondo posto a Matteo Nucci, del quale Mari dice che se fosse stato lui al centro della polemica non avrebbe voluto vincere speculando sulle disgrazie altrui. Ha vinto anche lo Strega Ragazzi, lui che il romanzo l'ha scritto in un mese e non lo considera il suo libro migliore. Anzi: è quello che lo rappresenta meno. I suoi autoritratti stanno altrove, in Leggenda privata, in Verderame. Qui ha vinto la trovata, non la confessione. Mi piace pensare abbia vinto il romanzo, dice, e non io come persona. Comoda o sincera che sia, la distinzione gli somiglia.
Alla premiazione ha ammesso di non saper ridere. Più della gioia, racconta, prevale la soddisfazione, e un senso di scioglimento dopo tanta tensione, come se il premio riguardasse un'altra persona. Ha voluto la famiglia sul palco prima che finisse la diretta: due figli di madri diverse, la moglie arrivata dopo di loro. E ai vecchi compagni del Berchet, quelli veri, che nel libro non ci sono ma si sono divertiti a seguire la storia, aveva promesso una cena in caso di vittoria.
La farà. Un altro patto tra ex alunni del Berchet che finisce con una spartizione. Stavolta a tavola, e senza bisogno di sopravvivere a nessuno.