L'America compie 250 anni e non si fida più di nessuno

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L'America compie 250 anni e non si fida più di nessuno
Immagine realizzata con l'ausilio dell'IA

L'America compie oggi duecentocinquant'anni, e i numeri le direbbero di festeggiare. Secondo i dati preliminari dell'FBI, i reati violenti sono scesi del 9,3 per cento tra il 2024 e il 2025: omicidi giù del 18 per cento, rapine del 18,5. Il calo più ripido dal 1937. Una nazione che arriva al quarto di millennio con le strade più sicure degli ultimi decenni dovrebbe stappare qualcosa.

Non lo fa. Perché gli americani a quei numeri non credono. Continuano a percepire un Paese fuori controllo, e in un certo senso hanno ragione: le statistiche contano gli omicidi e le rapine denunciati, non contano le rivolte, le occupazioni abusive, le frodi informatiche, la criminalità dei colletti bianchi che non finisce mai in nessuna tabella. Soprattutto, non contano l'unica grandezza che davvero si è dissolta: la fiducia.

Su questa i numeri sono spietati. Nel 1964 il 77% degli americani dichiarava di fidarsi del governo federale. Oggi, secondo il Pew Research Center, siamo al 17%. Non è un calo: è un crollo verticale, sessanta punti in poco più di sessant'anni. E non riguarda solo Washington. La fiducia tra le persone si erode da mezzo secolo, quella nei media, nell'università, nella scienza è precipitata negli anni post-pandemici, con una particolarità tutta americana: la sfiducia si è fatta partigiana. Non ci si fida più a seconda di come si vota.

Vietnam e Watergate avevano cominciato il lavoro. La pandemia lo ha portato a termine: i lockdown, gli obblighi calati dall'alto su vaccini autorizzati in emergenza, la messa a tacere di ogni voce fuori dal coro. Chi si stupisce che un cittadino trattato da suddito smetta di fidarsi non ha capito il problema. Gli studi sull'impiego del tempo raccontano il resto: gli americani stanno più soli, escono meno, camminano più in fretta e si parlano meno. Una nazione nata nelle assemblee di township che non si ritrova nemmeno più al bar.

Ecco perché vale la pena rileggere cosa dissero i primi inquilini di quella Repubblica. Non per devozione da anniversario: per il fastidio che fa la loro precisione.

Washington, nel Discorso d'addio del 1796, elencò quattro pericoli interni. Religione e moralità come pilastri della prosperità politica. Le fazioni di partito, capaci di sottoporre la politica di una nazione alla volontà di un'altra e di aprire la porta all'influenza straniera. Il debito pubblico scaricato sulle spalle delle generazioni future. L'opinione pubblica male informata. Scritto duecentotrent'anni fa, si legge come la rassegna stampa di questa settimana.

Adams, nel 1798: «La nostra Costituzione è stata concepita solo per un popolo morale e religioso. È del tutto inadeguata al governo di qualsiasi altro popolo». Madison, alla Convenzione della Virginia: supporre che un governo garantisca la libertà e la felicità «in assenza di virtù nel popolo è un'idea chimerica». Non sono aforismi da incorniciare, sono clausole di funzionamento: la macchina costituzionale americana è progettata per girare a fiducia, e senza quel carburante si ferma.

Ma la frase che pesa di più la pronunciò Lincoln nel 1838, al Lyceum di Springfield, ventitré anni prima della guerra civile: se il pericolo ci raggiungerà, «dovrà nascere tra di noi; non può venire dall'estero. Come nazione di uomini liberi, dobbiamo vivere per sempre o morire di suicidio».

Le repubbliche non muoiono di criminalità. Muoiono di sfiducia. Possono reggere anni di strade insicure, non reggono generazioni di cittadini convinti che tutto sia truccato: le elezioni, i giornali, i tribunali, i vicini di casa. Il paradosso americano del 2026 è tutto qui: il crimine cala e il sospetto sale, perché il sospetto non si misura con le denunce.

Il 4 luglio 1776 il Congresso approvò quel documento; i cinquantasei delegati lo firmarono nelle settimane e nei mesi successivi, impegnando «le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore». Sapevano di rischiare la forca. A Filadelfia, il giorno dopo la firma della Costituzione, una signora dell'alta società chiese a Franklin cosa avessero dato al Paese, una repubblica o una monarchia. «Una repubblica», rispose, «se saprete conservarla». 

Duecentocinquant'anni dopo, ai loro eredi non si chiede la vita né la fortuna. Si chiede di dire la verità, pretenderla da chi governa e ricominciare a guardarsi in faccia. Sembra poco. A giudicare dai numeri, è la cosa più difficile che l'America abbia mai dovuto fare.