Il più grande partito italiano è quello di chi non vota
Esiste in Italia un partito che non compare nei sondaggi tradizionali, non presenta candidati e non occupa studi televisivi. Eppure rischia di essere, di gran lunga, il primo partito del Paese: è quello di chi ha deciso di non votare più.
Secondo alcune stime sull'affluenza alle prossime elezioni politiche, l'astensione potrebbe raggiungere o persino superare il 50 per cento. Il dato preciso andrà verificato quando saranno disponibili rilevazioni consolidate, ma la tendenza è ormai evidente. Alle politiche del 2022 votò appena il 63,9 per cento degli aventi diritto, il risultato più basso nella storia repubblicana. Se nel 2027 gli elettori scendessero sotto la metà, non saremmo più davanti a un semplice campanello d'allarme. Saremmo già dentro l'incendio.
La politica, naturalmente, continua a leggere l'astensione come un fenomeno collaterale. Dopo ogni elezione si pronunciano le solite frasi: "dobbiamo recuperare il rapporto con i cittadini", "occorre tornare nei territori", "serve maggiore partecipazione". Poi si spengono le telecamere e tutto ricomincia esattamente come prima.
Nel frattempo, la cronaca politica offre spettacoli che non aiutano a ricostruire la fiducia.
Gianni Alemanno, dopo avere scontato diciotto mesi di detenzione per una condanna definitiva per traffico di influenze illecite, è tornato in libertà e ha annunciato la propria adesione a Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci (movimento che al 10 luglio naviga intorno al 7%). Lo stesso Vannacci lo ha definito un "valore aggiunto". Alemanno ha dichiarato di non cercare incarichi istituzionali e il suo impegno per denunciare le condizioni delle carceri può certamente entrare nel dibattito pubblico. La pena scontata non cancella i diritti politici di una persona né autorizza una condanna eterna.
Il punto, però, è un altro: possibile che in Italia persino il passaggio dal carcere finisca per trasformarsi in una sorta di nuovo pedigree politico, in un capitale da spendere sulla scena pubblica?
La questione supera i nostri confini, e la Francia offre in questi giorni il caso di scuola. La Corte d'appello di Parigi ha confermato la condanna di Marine Le Pen per appropriazione indebita di fondi europei: centomila euro di multa e una pena detentiva da scontare in parte sotto sorveglianza elettronica. I giudici, accusati dal Rassemblement National di emettere sentenze motivate politicamente, hanno però ridotto l'interdizione che le avrebbe sbarrato la strada dell'Eliseo. Una mossa quasi magistrale: la colpevolezza resta accertata nero su bianco, ma la scelta finale torna agli elettori. Lo Stato di diritto è salvo; la palla passa alla politica.
Le Pen ha impiegato un paio d'ore a sciogliere il dilemma. Poi si è presentata al telegiornale della sera, fresca e vestita di rosa, per annunciare la propria candidatura alle presidenziali del 2027. Ricorrerà in Cassazione, così da non dover fare campagna elettorale con il braccialetto alla caviglia — quel braccialetto che aveva giurato di non indossare mai davanti agli elettori. E gli elettori, per ora, non sembrano turbati: i sondaggi la danno nettamente in testa al primo turno, tra il 36 e il 37 per cento.
Quasi nelle stesse ore, dall'altra parte della Manica, Nigel Farage rispondeva a un'indagine parlamentare su presunte irregolarità finanziarie inveendo contro un sistema che — parole sue — lo perseguita per aver fatto fortuna. Il copione è identico, ed è il copione del populismo contemporaneo: tribunali, parlamenti e commissioni di controllo vengono trasformati in strumenti di persecuzione, e "il popolo" viene promosso a giudice d'appello permanente. La condanna smette di essere una macchia e diventa la prova della congiura. Cioè un argomento elettorale.
Non si tratta di negare la presunzione d'innocenza, quando applicabile, né il diritto di candidarsi quando la legge lo consente. E non si tratta neppure di colpire una sola parte politica: il problema attraversa destra, centro e sinistra, Roma come Parigi e Londra. La domanda è più profonda e persino più scomoda: è davvero questa la classe dirigente che vogliamo?
Un tempo una vicenda giudiziaria imponeva almeno un passo indietro, una pausa, qualche parola di pudore. Oggi può trasformarsi in una medaglia, in una campagna elettorale, in un libro, talvolta perfino in una patente di autenticità. Si arriva quasi al paradosso per cui la fedina penale immacolata sembra un curriculum incompleto. Sto esagerando? Forse. Ma soltanto fino a un certo punto.
La democrazia non pretende governanti perfetti. Pretende, però, che chi amministra la cosa pubblica comprenda il significato delle parole responsabilità, esempio e credibilità. Se queste parole vengono svuotate, non possiamo poi meravigliarci se milioni di cittadini voltano le spalle alle urne.
Eppure anche l'astensione nasconde una trappola, e il caso francese la illumina meglio di qualsiasi teoria. Chi non vota pensa di punire la politica, ma finisce per lasciarla nelle mani degli apparati, delle clientele e degli elettorati più fedeli e mobilitati — che sono, guarda caso, proprio quelli dei populisti. Le Pen non ha bisogno di convincere metà della Francia: le basta che l'altra metà resti a casa. Il disgusto è comprensibile; la rinuncia, purtroppo, favorisce proprio coloro che si vorrebbero mandare a casa.
Il "partito del non voto" non è dunque un vincitore. È il sintomo di una democrazia che sta perdendo i propri cittadini. E quando metà di un Paese non sceglie più da chi essere rappresentata, la domanda non è chi vincerà le elezioni.
Perché qualcuno, quel giorno, vincerà comunque. E sosterrà, com'è ovvio, di rappresentare l'Italia — sostenere non costa niente, l'abbiamo visto. Rappresenterà, in realtà, soltanto la metà che non si è ancora arresa.