Remigrazione, il nome della cosa

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Remigrazione, il nome della cosa

Ogni anno l'Italia rimanda a casa qualche centinaio di persone, con rispetto, dignità e un assegno. Nessuno protesta. Poi qualcuno dà un nome alla cosa.


Ci sono quattro, forse cinquecento persone che ogni anno lasciano l'Italia con l'aiuto dello Stato italiano. Si chiama rimpatrio volontario assistito. Prevede accompagnamento, tutela della dignità di chi parte, perfino un sostegno economico alle famiglie che tornano. Funziona, in silenzio, da anni. Non ci sono presidi davanti alle prefetture, non ci sono appelli firmati. Qualche centinaio di storie l'anno che si chiudono con una stretta di mano.

Cinquecento su centinaia di migliaia di arrivi. Una goccia, amministrata con il contagocce. Eppure basta che qualcuno prenda questo meccanismo, lo studi, lo metta in un libro e gli dia un nome, remigrazione, perché quella goccia diventi un mostro.

Vale la pena guardarla da vicino, la proposta, prima di esorcizzarla. Non nasce nei programmi di un partito italiano. Nasce da un libro di Martin Sellner, attivista austriaco tra le figure di riferimento della Nuova Destra europea, oggi tra i principali teorici della remigrazione: il ritorno nei paesi d'origine, su larga scala e non soltanto volontario, di chi è arrivato con le grandi ondate migratorie. L'ossatura della proposta, però, è fatta di strumenti che esistono già: si tratterebbe di applicarli sul serio e di potenziarli. I rimpatri, peraltro, sono soltanto la fase iniziale del progetto, e nemmeno la più importante. Lo stesso autore riconosce che rimpatriare è difficile, e per questo immagina anche la creazione di città modello nei paesi di origine. Difficile per tutti, del resto: lo sanno bene i governi di ogni colore che ci hanno provato. Un ministro di centrosinistra scelse a suo tempo la strada di fermare le partenze alla fonte, stringendo accordi con le tribù che controllano da tempo immemorabile le rotte del traffico di esseri umani. Fu contestato duramente. Non dalla destra: dalla sua stessa parte.

C'è poi un principio che la discussione pubblica ha rimosso, benché l'abbiano ribadito tre papi consecutivi: il diritto a non emigrare. «Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra», scrisse Benedetto XVI nel 2012, riprendendo un principio già enunciato da Giovanni Paolo II. Il diritto di una persona a restare dov'è nata, a costruirsi una vita senza doverla andare a cercare a duemila chilometri da casa, in fondo a una stiva. Curioso che difendere questo diritto sia considerato disumano, mentre passa per umanitario il sistema che lo nega ogni giorno.

Perché è qui il rovesciamento. L'immigrazione di massa viene raccontata come la scelta dei buoni, e ogni alternativa come la scelta dei cattivi. Ma un sistema che fa morire le persone in mare, che le sradica, che comprime i salari di chi già fatica, che destabilizza i quartieri di chi non può traslocare altrove, non è un sistema umano con qualche difetto. È un sistema mortifero che funziona esattamente così, e presenta il conto sempre agli stessi: a chi non vive nei quartieri protetti, a chi non ha la macchina buona, a chi i problemi li incontra sotto casa e non nei convegni.

Resta la domanda che agita il dibattito in questo momento: mandare via chi era venuto a cercare una vita migliore non è, di per sé, un atto irrispettoso? La domanda ha un peso reale, ma confonde due cose distinte: il modo in cui si tratta una persona e il diritto di quella persona a restare per sempre. Il rimpatrio volontario assistito, di cui si diceva all'inizio, dimostra che un ritorno si può gestire con dignità: ecco cosa vuol dire farlo con rispetto. Ma dal fatto che si possa trattare qualcuno con rispetto non discende che si sia obbligati a tenerlo per sempre. Chiunque può presentarsi a casa d'altri a cercare una nuova vita; non ne discende che il padrone di casa sia obbligato a tenerlo (soprattutto chi delinque) — solo che, se lo rimanda a casa, ha il dovere di farlo bene.

Intanto, ogni anno, quelle quattro o cinquecento persone salutano e tornano, assistite e sostenute, senza che nessuno gridi alla deportazione. Lo strumento esiste, funziona, non indigna nessuno. Usato così poco, non disturba. L'indignazione comincia nel momento esatto in cui qualcuno propone di prenderlo sul serio.