L'ipnosi del pregiudicato
Gianni Alemanno è uscito da Rebibbia mercoledì 24 giugno, poco prima delle dieci del mattino. La sera era già a tavola, in un ristorante sardo di Roma, accanto all'ex generale che ha appena fondato il suo partito, circondato da un drappello di parlamentari. Vino, foto, il saluto "a noi". Un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni di cella, e nel giro di dodici ore l'ex sindaco è di nuovo a capotavola. Anzi, con qualcosa in più che prima non aveva: la galera alle spalle.
Conviene dirlo subito, perché è qui che casca tutto. Lo scandalo non è che Alemanno sia finito dentro. Lo scandalo è chi lo aspettava fuori. Una parte di Paese, non tutta ma rumorosa, che davanti a un condannato appena scarcerato non prova imbarazzo. Prova attrazione.
Ricapitoliamo i fatti, che sono noiosi e perciò spesso saltati. Alemanno ha scontato una condanna definitiva a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, uno dei rivoli del processo Mondo di Mezzo. Dalle accuse pesanti, associazione mafiosa e corruzione, era stato assolto. In carcere era finito il 31 dicembre 2024, per la revoca di una misura alternativa. Appena uscito, ha sciolto il suo movimento dentro il partito di chi lo ospitava a cena. Prima domanda dei cronisti, prima smentita: "Non voglio candidarmi a nulla". Lo dice un uomo che ha appena consegnato la sua creatura politica a qualcun altro. Teniamola da parte, questa frase.
E non è un caso isolato. Negli ultimi vent'anni questo Paese ha rieletto un ex presidente del Consiglio decaduto da senatore per una condanna definitiva, e lo ha rimesso nello stesso scranno. Ha riportato a fare il segretario di un partito un ex governatore che si era fatto quasi cinque anni di cella per favoreggiamento alla mafia. Ha accolto come reduci uomini condannati per corruzione, riportati in piazza tra gli applausi. Nomi diversi, sempre lo stesso copione: la sentenza, la cella, il ritorno. E ogni volta, ad aspettarli fuori, qualcuno che li guarda come si guarda un eroe scampato a un agguato.
La domanda vera, allora, non riguarda loro. Riguarda chi li vota. Perché una fetta di italiani si lascia ipnotizzare proprio da chi ha un conto aperto con la giustizia, e sbadiglia davanti a chi non ne ha nessuno.
La risposta scomoda è che la fedina sporca, a quegli occhi, non è una macchia. È un'aureola. Il politico pulito non offre niente da raccontare: nessuna battaglia, nessuna ferita, nessun nemico abbastanza grosso. Il pregiudicato sì. Si è fatto la galera, dunque ha pagato; ha pagato, dunque è uno dei nostri; è uno dei nostri, dunque la condanna non è una colpa, è la prova che ha dato fastidio ai poteri forti, alle toghe, allo Stato che perseguita. "Esco da innocente", ha detto Alemanno sul portone di Rebibbia, e a una certa parte di pubblico quella frase basta. Non perdona la condanna. La trasforma in un attestato di coraggio.
È la vecchia faccenda del furbo e del fesso, che Prezzolini aveva fissato un secolo fa. Il furbo viene ammirato proprio perché ha aggirato la regola; il fesso, che la rispetta, viene compatito. In questa Italia l'onesto rischia di essere il fesso: troppo grigio, troppo prudente, uno che non ha saputo nemmeno giocarsi qualcosa. Il potere, da noi, non logora. E non logora nemmeno chi è passato per una cella: lo lucida.
C'è qualcosa di morboso in tutto questo, e vale la pena chiamarlo per nome. Non è indulgenza, non è memoria corta. È fascinazione. Lo stesso istinto che fa rallentare le auto davanti a un incidente fa ingrossare le folle attorno a chi torna dal carcere. La differenza è che qui, finito lo spettacolo, allo spettatore resta in mano una scheda elettorale.
Ennio Flaiano l'aveva chiusa così: la situazione politica in Italia è grave ma non è seria. Settant'anni dopo, il brindisi in un ristorante della capitale, la sera stessa della scarcerazione, gli dà ragione riga per riga.
Resta quella frase: "Non voglio candidarmi a nulla". Probabilmente è perfino sincera. Il punto è che non gli serve più. Quando il pubblico è già ipnotizzato, non c'è bisogno di candidarsi. Basta esserci, alzare il calice, e lasciare che la galera faccia da curriculum.