Giorgio Almirante, l'ultimo avversario
A trentotto anni dalla morte, il leader del MSI rimane una figura che la memoria italiana non riesce a digerire. Né da destra né da sinistra. Segno che forse era davvero ingombrante.
Il 22 maggio, ricorreva l'anniversario della morte di Giorgio Almirante. Trentotto anni. Un tempo sufficiente, in teoria, per giudicare con freddezza. In teoria, appunto. Perché in Italia la memoria politica non invecchia: fermenta. E quando fermenta, spesso produce aceto più che vino.
Almirante non fu un uomo comodo. E forse proprio per questo merita di essere ricordato: perché la politica, quando è vera, non nasce per arredare salotti, ma per abitare conflitti.
È libertà o non è,
È nazione o non è."
I numeri li dà la Camera dei deputati, che di mestiere registra: 527 progetti di legge presentati, 722 atti di indirizzo e controllo, 409 interventi parlamentari. Laureato in Lettere, giornalista, deputato per decenni. Non proprio una comparsa della Prima Repubblica. Eppure il riflesso prevalente — da sinistra come da destra — è quello di liquidarlo in fretta: da una parte con l'anatematizzazione, dall'altra con la santificazione. Sono entrambe pigrizia intellettuale. Entrambe evitano il confronto con la persona reale.
La voce.
Almirante fu prima di tutto un oratore. Non un comunicatore nel senso che ha preso piede dopo — con le slide, gli slogan da quattro parole, i consulenti di immagine — ma un uomo che sapeva stare nella parola pubblica. La sua forza non era il messaggio confezionato: era la presenza. Ricordava persone, sezioni, militanti per nome. Costruiva un legame che non passava per gli schermi ma per il corpo a corpo: il comizio, la piazza, la sezione di provincia con le sedie pieghevoli e la puzza di fumo.
Oggi la politica misura il consenso in secondi di reel. Almirante lo misurava nella resistenza della piazza, nella voce, nell'argomento tenuto fino in fondo.
La destra degli sconfitti.
Quello che guidò non era semplicemente "la destra". Era una comunità politica uscita sconfitta dalla guerra e rimasta ai margini della Repubblica. Gli sconfitti, con la loro rabbia, la loro nostalgia, le loro contraddizioni irrisolte. Il merito politico di Almirante fu trasformare quella marginalità in presenza parlamentare, legittimata dal suffragio popolare. Non è poco, in un Paese che preferisce nascondere i conflitti sotto il tappeto buono del salotto repubblicano.
Le ombre da non nascondere.
Qui bisogna fermarsi. Non conviene sorvolare, perché il lettore che vuole inchiodarti aspetta esattamente questo momento.
Almirante fu segretario di redazione de La Difesa della Razza, la rivista di Telesio Interlandi, uno dei principali strumenti di diffusione del razzismo fascista negli anni delle leggi razziali. Partecipò alla campagna razziale. Poi, nel dopoguerra, prese le distanze da quell'esperienza. Più volte, esplicitamente.
Il ripudio tardivo non cancella il fatto originario. Ma il fatto originario non esaurisce l'uomo intero. La grandezza politica, se esiste, non nasce dall'assenza di ombre: nasce dalla capacità di attraversarle senza pretendere che diventino luce. Almirante appartiene a una storia che non può essere sterilizzata. Ma proprio per questo va studiato, non liquidato.
Il parlamentarismo dell'avversario.
C'è un punto che la politica attuale farebbe bene a fissarsi sopra come un cartello.
Almirante rimase all'opposizione per decenni, con ostinazione. Accettò nella pratica le regole dello Stato democratico pur restando legato, nel discorso pubblico, al proprio universo ideale. Era un uomo divisivo, certo. Ma non era un figurante. Non confondeva il dissenso con il capriccio, né l'opposizione con il rumore.
Oggi molti urlano contro il sistema mentre ne occupano ogni poltrona disponibile. Almirante, nel bene e nel male, seppe stare fuori dal potere senza diventare irrilevante. Quella è una forma di coerenza che ha un peso specifico, indipendentemente da quello che si pensa della sua storia.
Avversari, non nemici.
Il 1984: Almirante è ai funerali di Enrico Berlinguer. Non ci va a fare una passerella. Ci va perché quella Italia dura e ideologica prevedeva ancora che l'avversario potesse essere riconosciuto come uomo.
Quattro anni dopo, alle esequie di Almirante, resero omaggio Nilde Iotti e Gian Carlo Pajetta. La sinistra del PCI ai funerali del leader del MSI. Provate a immaginare una scena equivalente oggi. Non ci riuscite. E questa incapacità di immaginazione dice qualcosa su di noi, non su di loro.
La statura.
Ricordare Giorgio Almirante non significa chiedere indulgenza alla storia. Significa pretendere dalla politica contemporanea almeno una cosa: la statura.
Si può essere avversari feroci senza diventare nani morali. Si può vivere l'opposizione come missione e non come postura. Portare il peso di un'eredità difficile senza farne uno scudo, né una croce — questo richiede qualcosa di più raro: carattere.
Non serve trasformarlo in monumento. I monumenti servono spesso a non pensare. Almirante, invece, costringe ancora a pensare. E forse è proprio questo, oggi, che disturba di più.
«Se n'è andato l'unico italiano al quale si poteva stringere la mano senza paura di sporcarsi» Indro Montanelli, 1988