I professori di morale ridotti a fotografi di portoni

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I professori di morale ridotti a fotografi di portoni
Immagine realizzata con l'ausilio dell'IA

Per vent'anni hanno deciso chi era credibile e chi impresentabile. Oggi, che basta un telefono per smontarli in tre minuti, Report si apposta sotto i palazzi a rubare scatti: il monopolio del racconto è finito, e loro sono gli ultimi a saperlo.


C'è qualcosa di rivelatore in un programma d'inchiesta che si riduce a fare gli appostamenti sotto un portone. Report, la trasmissione che per anni ha impartito — e continua a farlo — lezioni di etica giornalistica al Paese, sorpresa a scattare fotografie a chi entra negli uffici dei gruppi parlamentari. Un portone, per inciso, attraversato ogni giorno da politici, collaboratori, comunicatori, cronisti. Compresi quelli di Report. Il caso specifico è quello che riguarda il Direttore Editoriale di Esperia Italia Gino Zavalani.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Chi non appartiene al recinto ideologico giusto viene delegittimato in automatico. È così che ha funzionato per una generazione, e adesso che il metodo è esposto alla luce si vede com'era fatto. Per decenni sono stati loro — il sistema mediatico che si riconosce nella sinistra culturale, i suoi programmi di punta, le sue firme — a stabilire chi fosse credibile e chi impresentabile, chi potesse parlare e chi andasse etichettato. Tenevano il racconto: televisioni, giornali, talk show, le correnti giuste, i bollini di rispettabilità distribuiti tra salotti. Dentro il giro eri un intellettuale. Fuori, un populista.

Il giocattolo si è rotto. Oggi basta un telefono per smontare in pochi minuti mesi di narrazione televisiva, ed è questo che li manda fuori strada, fuori “onda”. L'indipendenza non abita più il salotto: sta in chi prende dati, video e documenti, li confronta e parla al pubblico senza passare dal filtro di chi da trent'anni si applaude a vicenda. Il pubblico ha imparato a controllare le fonti. E quando una narrazione sa di costruito, ormai lo sente a un chilometro di distanza.

Panico. Più sentono mancare il terreno sotto i piedi, più alzano la posta sbagliata: pedinamenti, foto rubate, post insinuanti, l'inchiesta degradata a pettegolezzo di cortile. La televisione ormai la guardano cittadini di altri tempi; i ragazzi stanno su YouTube, sui podcast, sui social, ascoltano venti campane e capiscono finalmente quanto fosse fabbricato il monopolio morale che gli hanno venduto per decenni. Informazione libera.

Hanno fatto il bello e il cattivo tempo per una generazione intera. Ora perdono contro l'unica cosa che non si può comprare né delegittimare: il modo in cui la gente si informa. È una guerra già persa. Solo che loro non l'hanno ancora capito.

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