Il cameo di Rachele
"Benito. Le rose e le spine" di Alessandra Mussolini (Piemme)
C'è qualcosa di inevitabile nell'operazione editoriale che sta dietro a Benito. Le rose e le spine. Alessandra Mussolini, già europarlamentare, nipote del Duce, decide di raccontare il nonno attraverso lo sguardo della nonna. Scelta non innocente. La forma è quella del memoir romanzato — documenti originali, ricordi familiari, prosa calda e atmosferica — e l'effetto è preciso: umanizzare una figura che la storia ha consegnato all'orrore, passando per la mediazione di una donna che quell'uomo lo ha amato, sopportato, e alla fine seppellito dopo le vicende storiche che tutti conosciamo.
Funziona, almeno in parte. E sarebbe disonesto negarlo.
La Romagna di fine Ottocento che fa da sfondo all'infanzia di Benito Mussolini e Donna Rachele Guidi è resa con una cura che sorprende. L'aria che sa di uva fragola, i ragazzi poveri alla scuola elementare di Predappio, il piccolo Mussolini con gli occhi neri e quella determinazione che avrebbe deciso il destino di un continente. La scrittura è lenta, quasi pittorica, e funziona proprio perché rinuncia alla grandiosità. Non c'è il tribuno, non c'è il Duce: c'è un bambino di Romagna che impara l'alfabeto in una classe polverosa e mangia pane e rabbia come tutti i figli dei poveri.
Rachele Guidi “Chiletta” è il vero centro del libro. La quarta di copertina la introduce nell'atto finale — anziana, in ospedale, un cameo tra le mani con due iniziali incise — e tutta la narrazione è un lungo flashback che spiega quella stretta. Il ritratto delle origini è forse il momento più riuscito del volume. La madre Anna, «donna pratica e concreta», impastava il pane con le mani ruvide e ripeteva che le parole non riempiono lo stomaco. Le sorelle maggiori vedevano in Rachele una sognatrice — «o forse un'illusa» — e la osservavano con una severa aria di disapprovazione. È in quella disapprovazione che si capisce tutto: Rachele aveva già scelto, prima ancora di incontrare Benito. Aveva scelto di non restare. Una donna che ha poi costruito la propria esistenza nell'orbita di un uomo che la tradiva sistematicamente, che la ignorava quando tornava utile ignorarla, che le tornava tra le braccia perché a casa si torna. L'Alessandra Mussolini scrittrice sa bene che questa storia ha molte letture possibili. Sceglie quella dell'amore tenace, della fedeltà come atto di forza, non di debolezza.
È una scelta legittima. È anche una scelta comoda.
Il problema del libro non è ciò che dice, ma ciò che non può dire. Una nipote non è uno storico. Può avere accesso ai documenti familiari, alle fotografie di Villa Carpena, ai ricordi tramandati — e questi materiali sono preziosi, in alcuni casi inediti. Ma non vuole, o non può, mettere la propria famiglia sotto una luce autenticamente critica. Il risultato è un affresco sentimentalmente onesto e storicamente asimmetrico. Le rose occupano più spazio delle spine, nonostante il titolo.
Gli apparati fotografici sparsi nel volume raccontano un'altra storia in parallelo: Benito in bicicletta a Carpena nell'aprile del 1939, i genitori di Rachele, la Rocca delle Caminate. Immagini di vita privata, di normalità domestica, che il libro usa per costruire un controcanto umano alla Storia con la esse maiuscola. È un meccanismo noto. Funziona sempre. E non è di per sé una disonestà intellettuale — è narrativa, non revisionismo dichiarato. Ma il lettore accorto sente il peso di ciò che rimane fuori campo.
Cosa manca, per essere precisi? Manca la Storia. Non quella di sfondo, quella romanzata e evocativa che Alessandra Mussolini maneggia con mestiere. Manca il contesto delle leggi razziali, della guerra, dei morti. Manca la Rachele che sapeva, che non poteva non sapere, che viveva dentro il regime come dentro casa propria — perché era casa propria. Quel silenzio non è un difetto della scrittura. È una scelta.
Il libro vale assolutamente la lettura. Vale soprattutto per chi alla storia del fascismo preferisce la storia dei fascisti in carne e ossa — con le loro case, le loro famiglie, le loro liti coniugali, i loro camei incisi. È un romanzo di formazione che usa personaggi reali. La letteratura lo fa da sempre. Il problema è che i personaggi reali hanno lasciato milioni di morti, e a quel conto nessuna prosa atmosferica, per quanto ben calibrata, riesce a dare risposta.
Rachele stringe il cameo. La Storia stringe altrove.