La provincia osserva ancora meglio delle capitali
Le grandi città hanno costruito un'industria del significato che richiede, strutturalmente, di non ascoltare la realtà. La provincia paga il costo di questa sordità.
C'è un equivoco fondamentale che attraversa il dibattito politico italiano da almeno vent'anni, forse di più, e riguarda un rapporto di forze che si dà per scontato ma che non è mai stato dimostrato: che siano le capitali a produrre il senso della realtà, e i territori a riceverlo, che il flusso vada sempre dall'alto verso il basso, dal sofisticato verso il grezzo, dal modello verso la provincia. L'equivoco, a guardarlo da vicino, è esattamente rovesciato.
Non è la provincia che non capisce il paese. È il centro che ha smesso di farlo.
Le capitali — non soltanto quelle istituzionali, ma i centri di produzione dell'agenda: le redazioni, i palazzi, le università, i salotti televisivi, le fondazioni culturali che vivono di convegni e non di bilanci — hanno costruito nel tempo una realtà autonoma, con un proprio ciclo, un proprio linguaggio, una propria economia dell'attenzione. In questo ecosistema ogni tema ha una durata, ogni emergenza ha uno slot, ogni polemica ha un'utilità. Il ciclo non si ferma mai perché fermarsi significherebbe perdere il rumore, e il rumore è diventato struttura, non accidente. Un'industria che produce significato senza produrre conseguenze.
La provincia, al contrario, è il luogo in cui le conseguenze arrivano e restano. Non esistono slot per le serrande abbassate, non esiste un ciclo di attenzione per l'autobus tagliato da tre mesi, non esiste una polemica redditizia sull'ortopedico che non c'è più. Restano, semplicemente. Restano sui muri, restano nelle domeniche mattina delle stazioni vuote, restano in quella forma particolare di silenzio che è il silenzio di chi ha smesso di aspettarsi risposte — non per rassegnazione, si badi, ma per metodologia. Chi ha imparato, attraverso cicli ripetuti di promesse e delusioni, che la distanza tra il linguaggio politico e i fatti è strutturale e non accidentale, sviluppa una forma di epistemologia pratica che le capitali non possono permettersi: quella di non credere alle parole finché non coincidono con le cose.
Questo è ciò che viene chiamato, con sufficienza variabile, "diffidenza", "qualunquismo", "anti-politica". (È in realtà la risposta razionale di chi è stato ingannato abbastanza volte da smettere di essere sorpreso.)
Il problema non è che la provincia sia arretrata. Il problema è che le capitali hanno costruito un sistema di produzione del senso che richiede, strutturalmente, di non ascoltarla — perché ascoltarla significherebbe fare i conti con una realtà che non si lascia convertire in dichiarazione, in agenda, in ciclo di attenzione. Resilienza, sostenibilità, transizione ecologica, sicurezza inclusiva: parole enormi, lucidissime, tecnicamente impeccabili, e talmente vaste da non poter mai essere falsificate. Quando il vocabolario di un'agenda è costruito in modo da non poter mai avere torto, significa che ha rinunciato a poter avere ragione.
Ed è qui che la provincia conserva qualcosa che il dibattito contemporaneo ha perduto: la possibilità di essere smentita dai fatti. Non le grandi proiezioni sull'identità del paese, non i modelli comparativi europei con le loro tabelle e i loro indici di qualità della vita — ma la domanda concreta, difficilmente riducibile a qualsiasi agenda: perché il medico non c'è più? Quando torna il treno del pomeriggio? Chi risponde per la classe rimasta senza insegnante? Domande che non hanno risposta politica perché non producono consenso sufficiente a giustificarne il costo. Domande che spariscono, dunque, non perché irrilevanti, ma perché non abbastanza rumorose.
C'è, in questa meccanica, qualcosa che assomiglia a una colpa — non morale, politica. Un paese che smette di ascoltare i propri margini non smette di capirli: smette di capire sé stesso, perché è nei margini che la realtà si presenta nella sua forma più elementare e meno negoziabile. Non esistono metafore nella bolletta del gas. La data di chiusura di un pronto soccorso non si presta a sfumature interpretative.
Simone Weil scriveva che il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana — il legame con il passato e il futuro di un luogo che rende sopportabile il presente. Aggiungeva, senza commento, che chi è sradicato sradica.