Il fantasma più redditizio d'Italia

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Il fantasma più redditizio d'Italia
Renzo De Felice (Rieti, 8 aprile 1929 – Roma, 25 maggio 1996)

Trent'anni dopo Renzo De Felice, il dibattito sul fascismo è ancora ostaggio del presente.


Di solito il tempo chiarisce. Le passioni si smorzano, i testimoni muoiono, i documenti si aprono, e lo storico può finalmente lavorare senza che qualcuno gli urli contro dalla tribuna. Di solito. Con il fascismo accade il contrario: più ci si allontana, più il dibattito si fa convulso, allucinato, irriconoscibile. Ogni campagna elettorale lo resuscita. Ogni anniversario lo riesuma. Ogni avversario che non si riesce a battere con gli argomenti viene fascistizzato per decreto. Il fascismo è diventato la categoria politica più usata e meno pensata del vocabolario italiano — un insulto travestito da analisi storica, un'arma spuntata che però, a forza di essere brandita, ha finito per erodere la memoria di ciò che il fascismo fu davvero.

Ora che tutti si definiscono antifascisti — a parole, per carità, e solo a parole — sarebbe il momento di restituire il fascismo alla sua sede propria. La storia, e gli storici.

Due anniversari incombono, e nessuno sembra accorgersene con la dovuta serietà: il trentennale della morte di Renzo De Felice e il decennale della scomparsa di Ernst Nolte. Due studiosi che il fascismo lo affrontarono senza preconcetti, con strumenti da storici — fonti, archivi, comparazione — e che per questo furono trattati da traditori, da revisionisti nel senso infamante del termine, da accademici pericolosi. De Felice in particolare subì per decenni una pressione che sarebbe stata comica se non fosse stata così rivelatrice: ogni volta che pubblicava un volume della sua monumentale biografia di Mussolini, si scatenava il finimondo, come se capire significasse giustificare, come se spiegare equivalesse ad assolvere.

Non equivale. Non ha mai equivalso. Ma la confusione era comoda, e restò. Cosa insegnano, concretamente, questi storici? Alcune cose che è difficile sentirsi dire, e che proprio per questo vale la pena elencare.

Il fascismo non si capisce senza la Grande Guerra da cui scaturì e senza il terrore della rivoluzione comunista che lo alimentò. Non fu l'irruzione della barbarie nel consesso civile — Noventa lo disse, De Felice lo ripeté — fu un errore della cultura, nato in seno all'avanguardia del primo Novecento, dentro gli stessi ambienti che producevano futurismo, irrazionalismo, volontarismo. Fu una rivoluzione, e insieme una restaurazione dell'ordine; tenne questa tensione interna per tutta la sua breve storia senza mai risolverla. Ebbe consenso di popolo — largo, duraturo, documentato — e l'ammirazione di osservatori stranieri che oggi preferiamo dimenticare.

Poi: il razzismo e l'antisemitismo furono estranei al fascismo originario. Arrivarono dopo, con l'alleanza con Hitler e l'isolamento delle sanzioni, e furono praticati tra riluttanze, ipocrisie e boicottaggi interni che gli stessi archivi tedeschi registrarono con irritazione. Le sciagurate leggi razziali del 1938 non erano scritte nel DNA del fascismo — furono una scelta, sbagliata e criminale, ma una scelta storicamente determinata, non una necessità strutturale.

Infine, e qui sta forse il contributo più scomodo: «nazifascismo» non è mai stato una categoria storica. È un'invenzione da tempo di guerra — gli americani la coniarono come strumento di propaganda, la Resistenza la legittimò — passata poi al linguaggio politico corrente, dove sopravvive come slogan. Anche Hannah Arendt — difficile accusarla di simpatie per l'uno o per l'altro — distinse con nettezza tra nazismo e fascismo. Per Nolte i due fenomeni appartengono a contesti storici differenti: il nazismo alla risposta tedesca alla sfida bolscevica, declinata entro la tradizione del pensiero filosofico tedesco; il fascismo come antimarxismo italiano, la sua trasposizione nell'idealismo e nel volontarismo — ciò che Del Noce, con categoria hegeliana, avrebbe chiamato «inveramento del marxismo». Il fascismo finì subordinato al nazismo come l'antifascismo restò succube del comunismo. Nessuna delle due subordinazioni fu gloriosa.

Marco Pannella ne diede illustrazione nel 1982, al XIII Congresso missino di Roma, all'Hotel Ergife: il leader radicale si presentò alla platea di uno degli ultimi partiti fuori dall'arco costituzionale e disse ai delegati — con una franchezza che lasciò senza parole — che potevano rivendicare la discendenza dal fascismo come movimento, quello di Mussolini, Rocco, Gentile, Balbo, non dal fascismo come regime. Una distinzione quasi defeliciana, dal labbro di un avversario. Giorgio Almirante rispose piantando bandiera prima ancora che Pannella finisse: «il fascismo è qui», disse, rivendicando con fervore l'intera eredità. Non era una marcia indietro; era una contro-affermazione. Ma il fatto stesso che dovesse pronunciarla, che la distinzione introdotta dall'esterno lo costringesse a difendere il perimetro della propria identità, diceva già tutto sulla fragilità della rendita di posizione. Fu l'ultimo sussulto di un'eredità rivendicata fuori tempo. Eppure l'attribuzione impropria di discendenza continua, si trasferisce da Almirante a Fini, da Fini a Meloni, con la stessa meccanica fantasmatica, con la stessa indifferenza ai fatti.

Il problema non è solo intellettuale. È politico nel senso più profondo: chi non riesce a ragionare sul passato non riesce a ragionare sul presente. Chi usa il fascismo come insulto lo priva di senso storico e lo consegna ai suoi utilizzatori come trofeo rovesciato — e così chi viene insultato può rispondere «io non sono fascista» senza mai dover fare i conti con ciò che il fascismo fu, con ciò che produsse, con ciò che disse sulla fragilità delle democrazie liberali quando sono messe sotto pressione.

Quella fragilità riguarda anche noi, adesso. Forse soprattutto adesso.

Restituire il fascismo alla storia non serve a riabilitarlo, a rovesciare i giudizi, a recuperare qualcosa di presentabile. Serve a conoscerlo. A ristabilire, se non la verità, la passione onesta di verità che De Felice incarnò per tutta la vita professionale, tra le accuse e le ostilità di un ambiente accademico che preferiva il pregiudizio morale alla ricerca documentata.

Serve, soprattutto, a una cosa: sottrarre il fascismo al presente. Restituirlo al suo tempo, al suo mondo, ai suoi morti.

È storia. Non è politica. E chi ancora non distingue tra le due — a destra come a sinistra, sia chiaro — non sta difendendo la memoria: sta solo difendendo se stesso.

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