Quarantacinque giorni di niente

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Quarantacinque giorni di niente
Immagine generata con l'ausilio dell'IA

Come si estende un cessate il fuoco a cui nessuno partecipa.

Venerdì 15 maggio, il Dipartimento di Stato USA annuncia che Israele e Libano hanno concordato un'estensione di quarantacinque giorni del cessate il fuoco proclamato da Trump il 16 aprile. Nel comunicato, i colloqui di Washington vengono definiti "altamente produttivi". Nelle stesse ore, raid israeliani colpiscono il sud del Libano: un centro di protezione civile a Hanouiyeh, nei pressi di Tiro, viene raso al suolo; muoiono almeno sei persone, tra cui tre paramedici. Nel Libano si contano, dall'entrata in vigore della tregua, più di seicentocinquanta morti sotto le bombe israeliane. Questi, nella lingua che conta, si chiamano risultati altamente produttivi.

Non è cinismo. È il genere.

Da quando è iniziata la guerra USA-Israele contro l'Iran — terzo mese, e si conta — assistiamo alla proliferazione di un formato diplomatico preciso: il documento che non descrive la realtà, ma le sopravvive. Il cessate il fuoco che regge su carta mentre sul terreno non regge nulla. Il tavolo negoziale come rituale separato dal conflitto, come se i due piani non si toccassero, come se la firma di Tommy Pigott in un post su X potesse fermare un lanciarazzi. C'è, in questo meccanismo, qualcosa di quasi letterario: il testo esiste, il referente no.

Hezbollah non partecipa ai negoziati. Non ha mai firmato niente. Lancia missili, droni e proiettili di mortaio come prima, durante e dopo ogni comunicato diplomatico — e il comunicato seguente registra il fatto, lo deplora, poi fissa la prossima riunione per il 2 e 3 giugno. Tutto torna in ordine. Il Libano parla di «progressi diplomatici significativi». L'ambasciata israeliana a Washington non risponde alle richieste di commento. La guerra continua.

Il caso iraniano è più brutale nella sua semplicità. Trump ha liquidato l'ultima proposta ufficiale di Teheran come "garbage" — spazzatura, senza virgolette di cortesia — e ha poi aggiunto che per l'Iran il tempo stringe e che, se non si muove in fretta, non resterà più nulla. Il Pakistan ci ha provato, continua a provarci: il suo ministro dell'Interno ha incontrato a Teheran il presidente e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Il comunicato iraniano ha parlato di "presenza destabilizzante degli Stati Uniti nella regione". Non è l'apertura di uno spiraglio: è la risposta di chi non ha fretta. L'Iran blocca lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passava un quinto del petrolio mondiale prima della guerra. Gli Stati Uniti bloccano i porti iraniani. Il petrolio aveva già superato i 109 dollari al barile. La mediazione della Cina consiste, per ora, nell'impegno di Xi a non fornire "supporto materiale" a Teheran — il che significa che la forniva, o potrebbe farlo. Tutto il resto è retorica.

C'è, in Trump, un'onestà involontaria che sfugge ai diplomatici di professione. Posta ultimatum su un social network, chiama "spazzatura" una proposta ufficiale, dice che non sarà "molto più paziente". (Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, a Nuova Delhi nello stesso giorno, ha risposto che "i messaggi contraddittori ci hanno reso riluttanti sulle reali intenzioni americane": il che vuol dire che da Washington ne arrivano due per ogni fronte, uno da Trump e uno dai suoi diplomatici, e Teheran sceglie di credere a nessuno dei due.) Non è che Trump stia vincendo questa partita. È che almeno non finge di giocarla con regole condivise.