Il cappio che distingue
La Knesset riapre la forca dopo sessantaquattro anni. La riapre solo per i palestinesi. A Strasburgo valutano la sospensione.
Il cappio, dal 1962, in Israele non lo tirava più nessuno. Sessantaquattro anni di astinenza. L’ultimo impiccato si chiamava Adolf Eichmann, architetto della Soluzione Finale, catturato a Buenos Aires, processato a Gerusalemme, sepolto in mare per non lasciare tomba ai pellegrini del nazismo che verranno. Era il 1962. Lo Stato di Israele aveva già abolito la pena capitale per i reati comuni otto anni prima, nel 1954. Il boia, per Eichmann, fu un’eccezione di portata storica: lo si giustiziò per cancellare chi aveva tentato di cancellare un popolo.
Oggi la Knesset riapre la forca. Non per tutti. Solo per alcuni.
La legge approvata in questi giorni prevede la pena di morte per chi venga condannato da un tribunale militare per atti terroristici mortali. Quei tribunali operano nei Territori occupati. Giudicano palestinesi. I civili israeliani in Cisgiordania, quando finiscono a processo per reati violenti, vanno davanti ai tribunali civili, che nel caso di specie possono infliggere la morte o l’ergastolo. Gli ebrei israeliani godono in più di una clausola che li mette al riparo dalla forca: la norma si applica solo agli omicidi commessi «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Una formula che, tradotta dal giuridichese, significa: il cappio è per chi è arabo.
Qui la discussione smette di essere tecnica e diventa politica.
Petra Bayr, austriaca, socialdemocratica, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ha detto a il The New Arab quello che andava detto: la non applicazione della pena di morte è «un requisito imprescindibile» per stare seduti a quel tavolo. Israele siede a quel tavolo come osservatore dal 1957. Sessantanove anni. Nessun parlamento, a memoria dei funzionari di Strasburgo, ha mai perso lo status. La Russia è stata prima spogliata del diritto di voto dopo l’annessione della Crimea, poi si è ritirata — ed è stata formalmente espulsa — dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma quello era un Paese in guerra aperta contro il diritto internazionale. Israele era un osservatore stabile, un interlocutore democratico, un alleato difficile ma riconosciuto.
La differenza, questa volta, la fa un dettaglio che i commentatori lasciano ai margini: non è solo la pena di morte in sé ad attivare la sospensione. È la pena di morte più la discriminazione codificata nel diritto penale. Una doppia violazione. Bayr lo dice senza ambiguità: “Anche una pena di morte non discriminatoria è inaccettabile“. Figurarsi una che, per lettera della legge, protegge una categoria e colpisce l’altra.
Dalla Knesset, Meirav Ben-Ari, politica dell’opposizione e capo della delegazione israeliana al PACE, assicura che la Corte Suprema annullerà gran parte del testo, se non l’intero. È già successo. Può ricapitare. Netanyahu, però, ha imparato il mestiere: fa passare leggi che sa saranno bocciate, incassa il consenso identitario dei suoi elettori, scarica sui giudici l’onere dell’impopolarità. Nel frattempo il disegno è impresso nella Gazzetta Ufficiale israeliana, la retorica del «chi uccide ebrei deve pendere» viene normalizzata, la linea rossa del 1954 è stata superata anche solo sulla carta. Il danno è fatto, comunque finisca il processo costituzionale.
Il 22 aprile l’Assemblea di Strasburgo vota la relazione Veldhoen. Testo ampio, redatto prima del voto della Knesset, che già invitava Israele a mantenere l’abolizione «di lunga data» della pena di morte per reati comuni. Quell’invito suona datato di ventiquattr’ore. La deputata olandese può aggiornare il testo, o i parlamentari possono farlo in aula. Bayr ha già suggerito che la dichiarazione sulla pena di morte entri anche nel dossier su Gaza, fermo da giugno scorso, che potrebbe essere accelerato e portato in aula a giugno.
Il Consiglio d’Europa non è l’Unione europea. Non ha truppe, non impone sanzioni, non firma trattati commerciali. Quello che fa, lo fa con le parole e con gli status. Revocare a Israele lo status di osservatore dopo sessantanove anni sarebbe un gesto puramente simbolico. Esattamente ciò che serve quando il problema è una legge che, da sola, è un simbolo.
Resta una domanda, che nessuno a Strasburgo pronuncerà ad alta voce. Se un Paese che si definisce l’unica democrazia del Medio Oriente codifica la pena capitale per una sola etnia, cosa esattamente stava osservando, l’osservatore, in questi settant’anni?