Il liturgista e il dottrinario
Starace, Goebbels e la fragilità strutturale del fascismo italiano.
C’è una fotografia che nessuno ama guardare ma che tutti conoscono. Piazzale Loreto, Milano, 29 aprile 1945. I corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti sono appesi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Tra quei corpi c’è anche quello di Achille Starace, giunto in seguito, nato a Sannicola (allora frazione di Gallipoli) nel 1889, l’uomo che per un decennio aveva vestito, adunato, salutato e fatto salutare la metà dell’Italia in nome del Duce.
Starace è stato fucilato poche ore prima, in quello stesso piazzale dove un anno prima — agosto 1944 — i nazifascisti avevano fatto fucilare quindici partigiani e ne avevano esposto i corpi come monito. La storia raramente è così letterale nella sua giustizia.
A Berlino, nello stesso giorno, Joseph Goebbels si preparava a morire. Non per mano altrui: era lui a decidere. Il 1° maggio 1945, nel bunker sotto la Cancelleria del Reich, dopo che Magda aveva fatto uccidere i loro sei figli con il cianuro, si tolse la vita. Fino all’ultimo aveva diffuso comunicati, orchestrato la propaganda di un regime che aveva già smesso di esistere, convinto — o almeno recitante di esserlo — che la storia avrebbe dato ragione a Hitler.

Due morti, due modi di morire, due modi di aver vissuto al servizio della macchina del consenso. La differenza tra loro non è solo biografica. È strutturale. Quella differenza dice qualcosa di essenziale sulla natura dei due regimi: perché il fascismo italiano cadde prima, cadde peggio, e cadde dall’interno — mentre il nazismo resisté fino all’ultimo mattone di Berlino.
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I. La macchina del consenso: due architetture.
Per capire Starace bisogna prima capire cosa non era. Non era un intellettuale. Non era un teorico. Non aveva scritto nulla di rilevanza, non aveva una visione del mondo articolata, non aveva mai dimostrato di possedere qualcosa che si possa chiamare pensiero politico autonomo. Era un organizzatore. Un uomo di partito nel senso più fisico del termine: adunate, uniformi, rituali, discipline corporee, saluti obbligatori, ora fascista, esercizi ginnici per i gerarchi in sovrappeso.
Come segretario del PNF dal 1931 al 1939, Starace trasformò il partito fascista in qualcosa che assomigliava più a una liturgia permanente che a un’organizzazione politica. Il fascismo italiano, sotto di lui, divenne soprattutto un sistema di gesti: il braccio teso, il passo romano, le adunate oceaniche in cui centinaia di migliaia di corpi si muovevano all’unisono. Era propaganda corporea, prima ancora che ideologica.
Goebbels era l’esatto opposto. Dottorato all’Università di Heidelberg nel 1921, con una tesi su un drammaturgo romantico minore, aveva tentato la strada del romanzo, della poesia, del teatro, prima di trovare in Hitler la causa a cui agganciare la sua ambizione frustrata. Era un intellettuale fallito che aveva sublimato il fallimento nella politica — il profilo psicologico forse più pericoloso che la storia conosca. Capiva la psicologia delle masse a un livello che i suoi contemporanei faticavano a raggiungere. Aveva studiato la propaganda come scienza, aveva intuito le potenzialità della radio e del cinema in un’epoca in cui molti politici ancora pensavano in termini di comizi in piazza.

Il ministero della Propaganda del Reich, sotto Goebbels, controllava ogni forma di espressione culturale tedesca: cinema, radio, stampa, teatro, letteratura, arti visive. Non era un ufficio politico: era un sistema nervoso centrale. La Reichskulturkammer — la Camera della Cultura del Reich — era divisa in sette sezioni tematiche, ciascuna con la propria burocrazia, i propri regolamenti, i propri meccanismi di esclusione. Chi non era iscritto a una delle camere non poteva esercitare la propria professione creativa. Era censura senza bisogno di censori visibili: bastava non essere ammessi.
In Italia non esisteva nulla di paragonabile. Il Minculpop — Ministero della Cultura Popolare, ribattezzato con ironia dal popolo — era un’istituzione relativamente caotica, spesso bypassata da Mussolini stesso con interventi diretti e contraddittori, incapace di imporre una linea estetica coerente. Il futurismo, il razionalismo, il classicismo monumentale, il realismo rurale: il fascismo italiano convisse con tutti, ne sponsorizzò alcuni, ne tollerò altri, senza mai decidere quale fosse la sua arte di Stato. L’Italia fascista produceva adunate. La Germania nazista produceva Weltanschauung (visione del mondo).
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II. L’ideologia e il suo doppio.
Il nazismo aveva una visione del mondo. Una visione articolata, coerente nella sua mostruosità, fondata su pilastri teorici — razzismo biologico, antisemitismo strutturale, geopolitica dello spazio vitale — che Mein Kampf aveva enunciato con una chiarezza brutale e che un’intera classe di intellettuali organici aveva poi sviluppato e istituzionalizzato. Carl Schmitt fornì la teoria del diritto. Alfred Rosenberg la teologia razziale. Heidegger — con tutte le sue successive reticenze — fornì una legittimazione filosofica dell’appartenenza al Volk. Non erano pensatori di secondo piano: erano, in alcuni casi, tra le menti più acute del loro tempo. Questa è una delle cose più difficili da accettare del nazismo. Il male non ha bisogno di essere stupido per essere male.
Il fascismo italiano non aveva nulla di comparabile. Il “fascismo” come sistema dottrinale fu un’elaborazione postuma, tentata da Gentile e da Mussolini stesso nell’articolo sulla Dottrina del Fascismo del 1932 — dieci anni dopo la Marcia su Roma. Non un fondamento: una razionalizzazione. Il movimento era nato come forza di reazione squadrista, anticomunista e nazionalista, senza una teoria del potere, senza una filosofia della storia, senza un’antropologia coerente. L’unico principio davvero stabile era il primato della nazione e la volontà del capo. Tutto il resto era ornamento.
Mussolini lo sapeva. Era un ex socialista, un giornalista di talento, un opportunista geniale che aveva capito prima degli altri che il dopoguerra italiano era un vuoto da riempire. La sua intelligenza era tattica, non sistematica. Poteva tenere discorsi brillanti su qualsiasi argomento e contraddirsi il giorno successivo senza imbarazzo. Questa flessibilità fu una forza nelle prime fasi del regime: permetteva adattamenti rapidi, alleanze strumentali, correzioni di rotta. Divenne una debolezza mortale quando il regime fu chiamato a resistere alla pressione bellica.
Il nazismo, per contro, era rigido fino all’autodistruzione. Quella rigidità ideologica fu pagata con milioni di morti — prima gli ebrei d’Europa, poi i soldati tedeschi mandati a morire per difendere una visione del mondo fino all’ultimo — ma fu anche la fonte di una coesione che il fascismo italiano non riuscì mai a replicare.
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III. Il capo e il suo strumento.
Nel 1939, Mussolini destituì Starace dalla segreteria del PNF. Lo fece con la stessa nonchalance con cui un ufficio licenzia un impiegato non più utile. Starace accettò. Non protestò, non scrisse memorie polemiche, non cercò alleanze alternative. Continuò a servire il regime in ruoli minori, con la stessa dedizione totale che aveva mostrato al culmine del potere.
La mattina del 29 aprile 1945 stava facendo jogging in tuta. I partigiani lo bloccarono e gli domandarono: «Starace, dove vai?». Lui rispose placidamente: «Vado a prendere il caffè.» Lo portarono in un’aula del Politecnico di Milano, dove fu processato sommariamente nel giro di poche ore, condannato a morte e trascinato a Piazzale Loreto. Prima di essere fucilato gli mostrarono il corpo di Mussolini. Lo salutò col braccio teso. Prima di cadere gridò: «Fate presto, invece di picchiare e di insultare un uomo che state per fucilare!».
È patetico e illuminante insieme. Starace non era uno strumento politico che poteva essere riposizionato: era uno strumento che aveva perduto utilità e che non sapeva fare altro. La sua identità era interamente costruita attorno al servizio al Duce, non attorno a una visione propria. Quando il Duce lo scaricò, non rimase nulla. Solo il rituale: il jogging mattutino, il saluto romano nell’istante prima della morte.
Goebbels era diverso. Aveva una visione propria — distorta, criminale, fondata su premesse razziali abominevoli — ma propria. Il suo diario, pubblicato postumo, è il documento di un uomo che riflette, calcola, si interroga, si contraddice, mantiene una vita interiore separata dal ruolo pubblico. Aveva ambizioni letterarie che non aveva mai del tutto abbandonato. Aveva idee su come dovevano essere il cinema tedesco, la radio tedesca, il teatro tedesco. Era in disaccordo con Göring, con Ribbentrop, con Bormann. Quelle tensioni erano reali, non burocratiche.
Il rapporto Goebbels-Hitler era quello di due intelligenze che si erano scelte. Non era devozione cieca: era, per quanto distorta, una forma di affinità intellettuale. Goebbels credeva in Hitler perché Hitler incarnava qualcosa che Goebbels aveva teorizzato: il capo come volontà pura, il Führer come proiezione della nazione sulla storia. Era una fede con la sua coerenza interna.
Il rapporto Starace-Mussolini era quello del cane con il padrone. Non è un insulto: è una descrizione. La fedeltà di Starace era assoluta, incondizionata, priva di autonomia riflessiva. Mussolini lo sapeva e lo usò di conseguenza: Starace era lo strumento ideale per la stagione della routinizzazione del fascismo, quando il regime non aveva bisogno di pensare ma di adunare, inquadrare, ripetere i gesti. Quando la stagione cambiò, lo strumento divenne obsoleto.
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IV. La fragilità del fascismo come sistema.
Il nazismo, quando cominciò a vacillare militarmente dopo Stalingrado nel febbraio 1943, non cedette politicamente. Non ci fu un Gran Consiglio del Partito che votò la sfiducia a Hitler. Non ci fu un re che firmò il suo arresto. Il 20 luglio 1944, il tentativo più serio di eliminarlo fallì. Il nazismo rimase compatto fino alla fine fisica del regime, finché Berlino non fu occupata e il bunker non diventò una tomba.
Il fascismo italiano crollò dall’interno il 25 luglio 1943. Fu il Gran Consiglio del Fascismo — l’organo supremo del regime — a votare la sfiducia a Mussolini con diciannove voti contro otto e un’astensione. Dino Grandi, il genero Galeazzo Ciano, Giuseppe Bottai: gerarchi fascisti di prima fila, che avevano costruito il regime insieme a Mussolini, gli voltarono le spalle quando la situazione militare divenne insostenibile. Il re Vittorio Emanuele III firmò l’arresto del Duce lo stesso giorno.
Perché? Perché il fascismo italiano non aveva mai dissolto completamente le istituzioni preesistenti. La monarchia sopravvisse. La Chiesa mantenne la propria autonomia strutturale attraverso i Patti Lateranensi. L’esercito non fu mai interamente fascistizzato al modo in cui la Wehrmacht fu nazificata. Persino all’interno del PNF sopravvissero correnti, personalità, ambizioni alternative. Il regime era autoritario ma non totalitario nel senso pieno del termine: era una dittatura con dei margini, e quei margini divennero crepe quando la pressione militare raggiunse il punto critico.
Nazismo e fascismo erano entrambi regimi totalitari nella retorica. Nella pratica, il nazismo fu molto più vicino all’ideale totalitario: la pervasione di ogni spazio della vita sociale, la distruzione di ogni istituzione alternativa, la nazificazione dell’esercito, della magistratura, di larga parte della Chiesa protestante. Il fascismo italiano rimase, per tutta la sua durata, un regime ibrido. Autoritario, repressivo, violento — ma non interamente totalitario. E questa incompletezza fu la sua debolezza strutturale.
Il paragone più onesto, quindi, non è Starace-Goebbels. È Starace-Robert Ley, capo del Fronte del Lavoro tedesco: stesso profilo da organizzatore ossessivo, stessa dipendenza totale dal capo, stesso vuoto di pensiero autonomo. Ma Ley operava all’interno di un sistema che aveva altri pilastri. Starace era, in qualche misura, uno dei pochi pilastri di un edificio senza fondamenta ideologiche solide.
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V. La sofisticazione come moltiplicatore del male.
La maggiore sofisticazione del nazismo non è un merito. È una circostanza aggravante.
Il nazismo fu più letale del fascismo italiano, e incomparabilmente più letale. Sei milioni di ebrei assassinati nelle camere a gas. Decine di milioni di morti in una guerra di aggressione e sterminio condotta con una precisione industriale che non ha precedenti nella storia. La sofisticazione intellettuale della macchina nazista non attenuò quei crimini: li amplificò, li organizzò, li rese sistematici. Goebbels non è più simpatico di Starace perché aveva letto Nietzsche e Starace no. È più colpevole, perché sapeva quello che faceva e lo faceva meglio.

Ma per capire la storia — non per giudicarla moralmente, che è un esercizio diverso — la sofisticazione conta. Conta perché spiega la tenuta. Conta perché illumina le differenze interne ai movimenti fascisti europei, che l’uso intercambiabile del termine “fascismo” tende a oscurare. Conta perché ci dice qualcosa sulle condizioni in cui un regime autoritario riesce a persistere contro la pressione esterna e quelle in cui implode.
Il fascismo italiano era una variante meno stabile. Non perché Mussolini fosse meno brutale di Hitler — in certi periodi e in certi contesti lo fu altrettanto, in Etiopia, in Libia, nelle leggi razziali del 1938. Ma la macchina ideologica era meno coerente, meno pervasiva, meno capace di produrre quella forma di coesione fanaticamente indotta che il nazismo riuscì a mantenere fino alla catastrofe finale.
Starace era il simbolo di questa debolezza. Un regime che mette al vertice della propria macchina propagandistica un organizzatore di cerimonie — invece di un teorico del consenso, un filosofo del potere, un ingegnere dell’anima — è un regime che ha scelto la forma invece della sostanza. Funziona finché la forma basta. Quando la forma si incrina, non c’è nulla sotto.
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VI. L’eredità del vuoto
C’è un paradosso finale.
Proprio perché il fascismo italiano era meno ideologicamente denso del nazismo, risultava — in un certo senso — più difficile da estirpare.
Il nazismo, nella sua mostruosa coerenza, si prestava a una sconfitta totale: quando il Reich fu distrutto, l’ideologia nazista divenne impresentabile anche ai suoi sostenitori. La responsabilità era troppo chiara, la sconfitta troppo assoluta. La denazificazione fu incompleta e ipocrita in molti modi, ma l’ideologia come tale non sopravvisse in forma riconoscibile nel dibattito pubblico tedesco. Era stata sepolta sotto le macerie di Berlino e sotto il peso di Norimberga.
Il fascismo italiano era più scivoloso. La sua vaghezza ideologica di fondo permetteva di ridefinirlo, smorzarlo, depurarlo, conservarne i gesti senza la sostanza. Il Ventennio diventò, nella memoria collettiva italiana, qualcosa di più ambiguo del nazismo: “aveva anche fatto cose buone“, “erano altri tempi“, “in fondo gli italiani non erano come i tedeschi“. Il vuoto ideologico che aveva reso il fascismo fragile come sistema lo rendeva resiliente come mito.
Starace, in questo senso, è il fascismo nella sua forma più pura e più rivelatrice: un guscio. Gesti, rituali, uniformi, adunate — e al centro nulla. Ma i gusci durano. Sono più difficili da combattere delle ideologie perché non hanno una tesi da confutare. Non si possono smontare con gli argomenti. Si esauriscono, o si reincarnano.
Ecco perché il 29 aprile 1945, a Piazzale Loreto, la storia non finì. Si trasformò.