Il Fatto sparava, la Procura smentisce: «Non corrispondono al vero»
C'è una regola che dovrebbe stare scritta sul muro di ogni redazione, accanto all'orologio e alla macchinetta del caffè. Prima di pubblicare una notizia, verifica chi te l'ha data. Non è una raffinatezza per puristi. È il mestiere. È la differenza tra un giornale e un megafono.
Oggi, 3 giugno, la Procura Generale di Milano ha messo nero su bianco una frase che pesa: i fatti riportati nelle notizie di stampa «non corrispondono al vero». Parla del caso Nicole Minetti, della grazia firmata dal Presidente Mattarella, degli scoop con cui il Fatto Quotidiano aveva costruito mesi di sospetto. Festini con droga e sesso. Un avvocato morto in circostanze oscure. Un'adozione da rivedere. Roba pesante, sparata in prima pagina.
Peccato che la procuratrice generale Francesca Nanni, con il sostituto Gaetano Brusa, abbia smontato il castello pezzo per pezzo. I festini con droga e sesso: smentiti dalle dichiarazioni rese ai carabinieri e in sede di indagini difensive. Il morto in Uruguay: non era il legale dei genitori biologici impegnato in una battaglia legale, era l'avvocato del bambino, favorevole all'adozione, e per il procuratore uruguaiano non ci sono ipotesi di reato. L'adozione: nessuna irregolarità, riconosciuta dal Tribunale per i Minorenni di Venezia. E poi il punto che dovrebbe far abbassare la voce a chiunque: il quadro sanitario grave di un bambino in cura al Boston Children's Hospital, confermato.
Un minore malato. Tirato dentro una graticola mediatica per colpire il governo di destra ovviamente, che a Mattarella ci aveva girato il fascicolo, e per riaprire un caso chiuso da una firma del Quirinale.
E la massaggiatrice? La fonte degli scoop. Prima anonima, poi col nome. Le sue affermazioni risultano «smentite da numerose dichiarazioni». Ecco la domanda che il buon Travaglio dovrebbe essersi posto al primo caffè del mattino: chi è questa persona, perché parla, e ho qualcosa oltre la sua parola? Domanda banale. Domanda da primo anno di praticantato. Domanda saltata.
Perché saltarla? La risposta è scomoda. Quando una notizia conferma quello che già pensi, la verifica diventa un fastidio. Diventa l'ostacolo tra te e il titolo che volevi scrivere comunque. La massaggiatrice diceva esattamente ciò che serviva: la grazia è una vergogna, la donna del caso Ruby è ancora quella di sempre, il governo che ha avallato l'iter ha le mani sporche. Tutto torna. Tutto, tranne i fatti.
Qui sta la linea che separa due modi di stare al mondo con una tessera in tasca. C'è il cronista pagato due spicci che la telefonata di verifica la fa lo stesso, che richiama tre volte, che si tiene il dubbio anche quando il dubbio gli rovina lo scoop. E c'è chi la propaganda la chiama giornalismo, perché spargere menzogne contro il nemico politico è più redditizio della noia di controllare. Il primo lavora. Il secondo recita.
E adesso? Il bambino malato è stato esposto. Giuseppe Cipriani, il compagno, infilato in un'inchiesta mentre la procura lo dichiara privo di pendenze e segnalazioni. Nicole Minetti, che pure resta una condannata in via definitiva e non un'eroina, è stata processata una seconda volta, fuori dai tribunali, da un giornale che si è arrogato il ruolo di sostituto procuratore. Senza le garanzie di un processo. Senza la fatica delle prove.
Chi paga? La domanda non è retorica. Una smentita della Procura Generale non restituisce i mesi passati a leggere il proprio nome accanto alle parole droga e sesso. Non ricuce la reputazione di un compagno trascinato dentro per associazione. Non cancella il fatto che un minore in cura per una malattia grave sia diventato materiale da prima pagina. La rettifica, quando arriva, sta a pagina diciassette, in corpo otto, e non la legge nessuno.
Chi risarcisce, allora. Non i soldi: quelli, semmai, li deciderà un giudice. Il danno vero è un altro, ed è quello che il mestiere serviva a evitare. Un giornale ha il potere di rovinare una persona in ventiquattr'ore. È per questo che esiste la regola sul muro, accanto all'orologio. Verifica la fonte. Tre parole. Travaglio le conosce a memoria. Stavolta ha preferito il titolo.