Il festival che si è escluso da sé

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Il festival che si è escluso da sé
Erri De Luca

Un festival di letteratura ha deciso che, per aprire le sue porte, uno scrittore deve prima mettersi d'accordo con gli organizzatori su come si chiamano i morti di Gaza. Detto così suona assurdo. È esattamente quello che è successo.

Erri De Luca avrebbe dovuto tenere la prolusione di Salerno Letteratura, dal 13 al 20 giugno. Avrebbe: condizionale. Il condirettore artistico Gennaro Carillo ha spiegato che la prolusione "implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza". Tradotto: per pronunciare il discorso che apre il festival serviva la tessera giusta. De Luca non ce l'aveva.

La colpa? Alla vigilia di un festival a Gerusalemme aveva detto che applicare la parola "genocidio" alla guerra di Gaza è "una distorsione storica e verbale". Aveva aggiunto di considerarsi sionista, nel senso più asciutto del termine: chi riconosce allo Stato di Israele il diritto di esistere, accanto a uno Stato palestinese. Posizioni discutibili, certo. Discutibili: cioè fatte apposta per essere discusse. In un festival di letteratura, per esempio.

Qui sta il punto che fa sorridere amaro. Un luogo che dovrebbe vivere di voci stonate, di scrittori che dicono la cosa sbagliata nel momento sbagliato, ha messo alla porta uno dei maggiori autori italiani viventi per una questione di parole. De Luca ha sostenuto che "genocidio", per quella guerra, è la parola imprecisa. E la letteratura, da Omero in poi, fa esattamente un mestiere: scegliere la parola precisa. Lo hanno punito per il suo mestiere.

Carillo giura che non è censura. Ha ragione, in un certo senso, ed è la parte peggiore. Nessuno ha bandito De Luca. Lo hanno invitato lo stesso, in un'altra sezione, in una saletta più piccola, lontano dal palco che conta. Presente ma silenziato. Decorativo. La nuova ortodossia non brucia i libri: ti offre una sedia in fondo alla sala e si aspetta che tu ringrazi.

De Luca ha rifiutato la sedia. Ha rinunciato a tutto. E ha lasciato la frase che resta: non è stato escluso lui dal festival, è il festival che si è escluso da lui.

C'è un dettaglio che chiude il cerchio. In una corrispondenza con l'amica cantante Achinoam Nini, De Luca aveva scritto di non voler fare da ornamento intellettuale a chi adopera quella parola. Salerno gli ha offerto esattamente quel ruolo: l'ornamento. La comparsa di prestigio buona a riempire una sezione minore, purché non parli dove fa rumore. Lui ha detto no due volte, alla parola e alla poltrona.

Resta la domanda che il festival non si è posto. A che cosa serve una rassegna letteraria che ammette solo le idee già approvate? Un posto dove si entra dopo aver firmato il foglio delle vedute condivise non è letteratura. È un'assemblea di condominio con i libri esposti per arredo. La pagina nasce dove qualcuno dice quello che gli altri non vogliono sentire, e lo dice meglio di chiunque. Toglietele il dissenso e vi resta la grafica della locandina.

De Luca paga la sua posizione, d'accordo. Ma il conto vero lo paga chi lo ha lasciato fuori. Hanno rinunciato allo scrittore più scomodo per tenersi un programma tranquillo, e nel farlo hanno dichiarato cosa sono diventati. Un posto dove i libri si celebrano a patto che non dicano niente di troppo vivo.

Lui, almeno, la parola giusta l'ha trovata.