Il vento arriva prima delle mappe
Sull'identità sarda come domanda che precede la risposta — e sullo Stato che non l'ha ancora capita.
Le dune di Piscinas non assomigliano a nulla di italiano. È la prima cosa che penso ogni volta che ci torno (da qualche anno) — non da turista, da qualcuno che conosce il posto abbastanza da sapere che la sua anomalia non è estetica. Chiamarla "il Sahara sardo" è già una resa: per descriverla hai bisogno di uscire dai confini di ciò che sei. Forse è proprio questo il punto.
Su Facebook, sotto uno dei tanti post che parlano della bellissima Sardegna (Sardinia), uno in particolare ha attirato la mia attenzione, non per le splendide immagini mozzafiato che non hanno nulla da invidiare al resto del mondo, ma per i commenti. Non so se agenzia o privato, pubblicizzava le escursioni con i quad tra le dune della Costa Verde. È nata una di quelle discussioni che rivelano più di mille articoli accademici sull'identità isolana. Qualcuno ha scritto: «Sahara sardo. Non italiano.» Con quella lapidaria semplicità che appartiene a chi non si sente in discussione, ma sa di essere minoranza. Gli ha risposto quasi subito: «sulla carta siamo italiani, inutile lamentarsi». Poi un terzo: «i sardi hanno contribuito con il sangue a fare l'Italia». Mi fermo qui perché i commenti sono veramente tanti.
Il filo si è aggrovigliato nel modo prevedibile — tra chi rivendica e chi resiste alla rivendicazione, tra chi difende l'unicità dell'isola e chi la concede come folklore. Curioso il commento di un «piemontese occitano» a dire che anche la sua lingua non è il piemontese, poi osserva che il post parla d'altro ecc.. Come se la parentesi linguistica bastasse a chiudere la questione. Non la chiude.
La domanda che quel filo lascia aperta non è se la Sardegna sia Italia. Geograficamente lo è, giuridicamente lo è, costituzionalmente lo è. La domanda è se essere italiani esaurisca ciò che si è — se lo Stato nazionale sia il frame dentro cui un'identità si legge, o soltanto uno dei frame possibili. È una domanda diversa. È la domanda che in Europa occidentale si è smesso di fare, per quella particolare igiene intellettuale che consiste nell'evitare qualsiasi cosa assomigli a un'istanza etnica, dopo quello che sappiamo. Eppure.
Ho riletto diverse volte quel commento — «Sahara sardo, non italiano» — e ci ho sentito qualcosa che va oltre il campanilismo da social. C'è dentro una percezione geografica che è anche percezione ontologica: questo posto non si spiega dentro quella categoria. La sabbia di Piscinas è sarda non perché lo dica lo statuto regionale. È sarda perché è il prodotto di un vento, di un mare, di un suolo, di una storia di isolamento e mescolanza sui generis — fenicia, nuragica, aragonese, genovese — che non ha corrispettivo peninsulare e non ne ha mai cercato uno. L'identità non è l'anagrafe. Non è nemmeno la lingua, benché il sardo sia una questione che la Repubblica italiana ha risolto nel modo che le riesce meglio: riconoscimento formale, sostanza politica azzerata.
Il commento sul sangue versato per fare l'Italia, però, è quello che sinceramente non riesco a smettere di girare. Capisco perché venga usato: trasforma un'appartenenza subita in un'appartenenza guadagnata. Ma c'è qualcosa che stride — perché dimostrare di meritare di appartenere a una nazione, sulla base del prezzo pagato per difenderla, presuppone che l'appartenenza fosse in discussione. Che ci fosse qualcosa da guadagnare. Che la moneta fosse il sangue. Non è la definizione più rassicurante che uno Stato possa dare di sé, ma è onesta.
Quello che vedo in questa discussione è lo stesso errore che si ripete in tutta Europa: trattare la molteplicità interna come un problema d'ordine pubblico culturale, invece che come una delle poche risorse rimaste. Dall'Escòcia alla Catalogna, dall'Alto Adige a quelle valli francesi dove l'occitano si parla ancora nei mercati del mattino — quando uno Stato comprime le sue alterità invece di abitarle, prima o poi quelle alterità presentano il conto. Di solito nelle forme meno eleganti.
Quelle dune esistevano prima che qualcuno decidesse che appartengono alla Repubblica Italiana. Il vento che le muove non ha mai chiesto il permesso a nessuna prefettura. E forse questa è la cosa più precisa che si possa dire sull'identità: non che sia immutabile, non che sia un destino — ma che il vento arriva prima delle mappe.
Gramsci, che sardo lo era per nascita e internazionalista per vocazione, teneva insieme le due cose senza che l'una cancellasse l'altra. Non le scioglieva in una sintesi superiore: le abitava. Quasi profeta della propria irrisolvibilità.