Ines Donati: la squadrista che il fascismo seppellì due volte
Squadrista, militante di strada, poi statua di propaganda: oltre un secolo dalla sua morte, la parabola di Ines Donati racconta come il fascismo si servì delle sue eccezioni armate per farne miti, e le rinnegò appena pretesero di diventare regola.
A San Severino Marche, nel novembre due anni fa, alcune persone hanno alzato il braccio teso davanti alla memoria di una ragazza morta a ventiquattro anni. Un secolo esatto dopo. La Digos ne ha denunciate cinque. Loro pensavano di onorare una martire. Stavano onorando, semmai, un personaggio che il fascismo aveva costruito, spremuto e poi messo via.
Ines Donati “la Capitana” nasce nel 1900 in provincia, figlia, raccontano, di un calzolaio e di un'orologiaia. Niente salotti, niente rendite. A Roma fa quello che a una donna del suo tempo era quasi proibito: entra nello scontro. Non da spettatrice, non da crocerossina della causa. Da corpo operativo. Sostituisce gli spazzini in sciopero, e c'è una fotografia che la fissa con la ramazza in mano, oggi nell'archivio Jemolo. Partecipa all'aggressione a un deputato socialista davanti al Caffè Aragno. Marcia su Roma nel 1922. Chiede di entrare nella Milizia.
La Milizia non la prende. Le manda una lettera. Mussolini la chiama «fierissima italiana, indomita fascista», che è il modo cortese di dare a una donna una medaglia di carta al posto del fucile che chiedeva.
Qui c'è tutto. Ines Donati voleva fare la squadrista, il regime la voleva santa. Due mestieri che non stanno nella stessa stanza. Finché era viva, i gerarchi la esibivano volentieri e la governavano a fatica: troppo irrequieta, poco maneggevole, divorata da un'ansia di lotta, una che la camicia azzurra del nazionalismo la portava sul serio. Non è il ritratto della madre esemplare che il fascismo maturo avrebbe appeso al muro. È il suo rovescio.
Poi la tubercolosi fa il lavoro che alla propaganda mancava. Da morta, Donati diventa finalmente maneggevole. Nel 1933, su impulso di Achille Starace, la fanno riesumare e la trasferiscono al Verano, nella Cappella degli Eroi. Le avevano già intitolato una colonia elioterapica a Matelica; nel 1937, a San Severino, le innalzano una statua di bronzo, scoperta davanti a venticinquemila persone, con tanto di discorso ufficiale. Il corpo della ragazza diventa scenografia. La militante diventa lezione.
Ed ecco il punto che di solito si salta. Il regime che la celebrava armata e in piazza era lo stesso che, in quegli anni, spiegava alle italiane che il posto giusto era la casa, la culla, il ritratto della madre prolifica. Donati serviva proprio perché era l'eccezione. Il mito si nutre dell'eccezione, non la trasforma mai in norma. La donna che combatte va bene come santino; come collega, no.
Vale la pena dirlo chiaro, perché la storiografia seria lo dice da decenni. Victoria de Grazia, in How Fascism Ruled Women, ha smontato il meccanismo con cui il regime fabbricava le sue icone femminili: e il passaggio da «martire» a caso storiografico è già tutto il lavoro da fare, smontare il santino e non riverniciarlo. Il guaio è che quasi tutto quello che sappiamo di lei nasce in casa fascista: il volume del 1926, il libro del 1940. Materiale prezioso e sospetto insieme. Si legge tenendo una mano sul portafoglio.
Resta la domanda di cosa farne, oggi. La risposta comoda è il silenzio: cancellare il nome, lasciare che il tempo digerisca. È la stessa logica che nel 1943 abbatté la statua e ribattezzò il monumento ai Caduti. Capisco l'istinto. Non lo trovo convincente. Una figura come Donati è utile proprio perché disturba: dimostra che il fascismo, per un attimo, immaginò anche una femminilità armata e pubblica, prima di richiuderla nella liturgia della madre e della martire. Toglierla di mezzo significa togliere di mezzo la prova.
I cinque del braccio teso, a San Severino, non hanno capito niente di tutto questo. Credevano di salutare un'eroina. Salutavano una ragazza che il loro stesso mito aveva prima usato e poi rinnegato. La storia, quando la si maneggia con il braccio invece che con la testa, si vendica così: ti fa venerare esattamente ciò che ti avrebbe escluso.