L’adrenalina che dura solo venti minuti

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L’adrenalina che dura solo venti minuti
Alessandra Locatelli

«Un momento di svago, energia e adrenalina.» Così la ministra Alessandra Locatelli ha descritto, giustamente, FlyTherapy, il progetto che porta le persone con disabilità a volare sull’aeroporto Caproni di Trento. Giusto. Bello, anche. Ma l’adrenalina dura solo venti minuti. L’attesa per una pensione di inabilità dura, in alcuni casi documentati, oltre 500 giorni di attesa.

Venerdì 17 aprile, Trento ha ospitato la ministra con un programma fitto: il volo, l’inaugurazione della Fondazione Scuola e Ricerca Dario Ianes, le dichiarazioni di rito. FugattiGerosaIaneselli: tutti a dire che il Trentino è un modello. La parola “modello” è comparsa almeno tre volte nel giro di poche ore. Quando una cosa va ripetuta tre volte, qualcuno ha bisogno di convincersi.

Niente di tutto questo è falso. FlyTherapy esiste, funziona, ha cambiato qualcosa per quasi 1.500 ragazzi in cinque anni. La Fondazione Ianes è un progetto serio, costruito da chi conosce il tema. La riforma del “Progetto di vita” ha dentro alcune idee che meritano attenzione. Non è questo il punto.

Il punto è quello che non si vede. Che non si fotografa. Che non convoca ministra e sindaco e presidente di provincia in una stessa stanza.

C’è un disabile, da qualche parte in questo paese, che aspetta da oltre 500 giorni una pensione di inabilità. Circa 344 euro al mese. Una somma che non copre un affitto, non copre le spese mediche, non copre quasi nulla — ma che rappresenta la differenza tra sopravvivere e non farcela, per chi non può lavorare perché il proprio corpo non lo consente. L’INPS accumula. I patronati sono intasati. Le pratiche si perdono. Nel frattempo la vita non aspetta, anche se lo Stato sì.

Di questo non parla nessuno. Finora non ho visto nessuno “strapparsi le vesti”. Non perché il tema sia segreto — i ritardi dell’INPS sulle pratiche di invalidità inabilità sono documentati, denunciati, sistematici. Ma perché non è fotogenico. Non c’è adrenalina in una raccomandata persa. Non c’è “racconto di vita forte” in un’attesa che non finisce.

La ministra Locatelli ha detto una cosa giusta: «Se continuiamo a parlare di educatori solo quando ci sono tragedie e mai quando c’è un racconto di vita forte, passa un messaggio sbagliato.» Vero. Ma lo stesso ragionamento vale, e vale esattamente allo stesso modo, per tutto il resto. Se parliamo di disabilità solo quando c’è un volo emozionante o un’inaugurazione con fiori e fotografi, passa un messaggio sbagliato anche lì. Passa l’idea che il problema sia la mancanza di adrenalina, non la mancanza di diritti.

La discriminazione che i disabili subiscono ogni giorno non è — o non è solo — quella fisica: il marciapiede rotto, l’ascensore fermo, il bagno non accessibile. È burocratica. È fatta di moduli da compilare, di scadenze che scattano mentre le pratiche dormono, di uffici che non rispondono, di pensioni che non arrivano. È invisibile perché non produce immagini, non produce discorsi toccanti, non produce niente che valga una visita ministeriale.

Eppure produce danni reali. Ogni giorno. La ministra è ripartita da Trento. Le foto sono belle. I comunicati sono usciti.

Da qualche parte, qualcuno aspetta ancora.