Le campane di Barax

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Le campane di Barax
Lago di Baratz

Nelle notti di luna piena, dicono, si sentono le campane. Salgono dal fondo di un lago che si gira a piedi in un'ora, da qualche parte sotto sei metri d'acqua verdina: le campane di Barax, una città che non è mai esistita, punita da Dio per peccati che nessuno ricorda più.

La Sardegna è un'isola grande quanto il Galles, piantata nel Mediterraneo occidentale a metà strada tra Roma e Tunisi. Ha decine di laghi. Guardate una carta: macchie blu dappertutto. Sono tutti artificiali — sbarrati, scavati, pagati — tranne uno. Si chiama Baratz, sta nell'angolo nord-ovest dietro una duna di sabbia alta trenta metri, e non arriva a cinquanta ettari. È l'unico specchio d'acqua che la natura abbia regalato all'isola. E i sardi, dentro l'unico lago vero che hanno, hanno deciso di annegarci una città.

La storia è sempre la stessa. Barax era ricca, gonfia, dissoluta. I suoi abitanti vivevano nel lusso e nel peccato finché Dio non perse la pazienza: una notte la città sprofondò con un boato e l'acqua ne riempì la conca. C'è la variante della fanciulla, l'unica giusta. Un vecchio le appare — è Dio travestito — e le ordina di fuggire senza voltarsi. Lei fugge. Poi sente il boato, non resiste, si gira. Viene pietrificata sul posto e travolta dalle acque.

Chi conosce un po' di Bibbia ha già riconosciuto la scena. Città corrotta, distruzione divina, unico giusto risparmiato, divieto di guardare indietro, sguardo trasgredito, statua di sale. È Sodoma, è la moglie di Lot, trasportata pari pari sotto una duna sarda. Le campane che suonano dall'abisso sono un altro prestito: dal lago di Resia in Alto Adige alle coste di Sorrento, l'Italia è piena di campane sommerse che rintoccano per chi sa ascoltare. Il motivo della città inghiottita per colpa è ancora più antico e più vasto. Ovidio lo racconta con Filemone e Bauci, i due vecchi che ospitano gli dèi e si salvano mentre il villaggio inospitale diventa palude. I bretoni lo raccontano con Ys, la città della dissolutezza sprofondata in mare. Platone lo chiama Atlantide.

Quindi è tutto inventato, riciclato, derivativo. Caso chiuso. Tranne che non lo è.

Perché nella Nurra, la regione storica che chiude l'angolo nord-ovest dell'isola, Barace è esistita davvero. Non la città del peccato: un villaggio medievale raccolto attorno alla chiesa di San Giorgio, che un atto del 1134 registra spartita fra due casati del Logudoro. Poi, come decine di altri insediamenti della curatoria di Nurra, sparisce dai documenti senza una data certa di morte. Barace, oggi, è Baratz: il lago porta il nome del paese che non c'è più. E quel nome nessuno sa davvero da dove venga. Un linguista ci ha letto il basco, baratze, "giardino", e ne ha ricavato una teoria sui parlanti baschi che avrebbero attraversato il Mediterraneo migliaia di anni fa: i colleghi l'hanno demolito. Un altro ci ha visto l'accadico. La contesa è aperta, e su una manciata di lettere si combatte ancora.

Ecco la cosa interessante. La leggenda non ha inventato dal nulla. Ha preso un villaggio scomparso, un nome che nessuno sa spiegare e un'anomalia geografica — un solo lago, su tutta un'isola — e ha cucito su questi materiali veri lo schema più collaudato che il Mediterraneo conosca. Una leggenda eziologica: serve a spiegare. Un'isola che di laghi naturali non ne ha quando finalmente ne trova uno chiede una ragione, e il folklore gliela dà con quello che ha in magazzino. Peccato. Punizione. Acqua sopra ogni cosa. È, alla lettera, una città fatta di desideri e di paure — invisibile come quelle di Calvino, solo che questa l'hanno costruita apposta per affondarla.

C'è da aggiungere che il lago, una città, l'ha nascosta sul serio. Non Barax. Nel 1943 i tedeschi in ritirata dalla Sardegna ci buttarono dentro le armi che non potevano portarsi via, e l'acqua le tenne nascoste fino alla siccità degli anni Novanta, quando il livello calò e le bombe tornarono a galla. Ma questa è un'altra storia, e per una volta è documentata.

Restano le campane. Non suonano: non c'è nessuna campana, non c'è nessuna Barax, non c'è nessuna fanciulla di pietra sul fondo. C'è un lago piccolo e malato di alghe, fragile, che negli anni Settanta abbiamo quasi prosciugato per irrigare i campi. La leggenda, a guardarla bene, non parla del passato. Parla di un'isola che ha avuto bisogno di immaginare una colpa abbastanza grande da giustificare la sua unica, improbabile distesa d'acqua dolce.

«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.»

— Italo Calvino, Le città invisibili

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