Le regole che il generale non può cambiare
Futuro Nazionale ha pubblicato la prima parte del suo programma. Il problema non è che sia estremo, è che quasi nulla di quello che c'è scritto si può fare.
Un programma elettorale andrebbe giudicato con una domanda sola: chi l'ha scritto sa che cosa succede il lunedì mattina dopo aver vinto?
L'11 agosto Futuro Nazionale ha pubblicato la prima delle tre parti della sua "Base ideologica e programmatica per l'Italia del futuro 2027-2037". I giornali si sono buttati sul patriarcato mediterraneo e sull'abolizione del reato di femminicidio, e ci mancherebbe: sono titoli che si scrivono da soli. Ma la cosa seria sta sotto, ed è di gran lunga più noiosa. Quasi nessuna delle proposte portanti di quel documento è eseguibile da un governo italiano, non difficile, non costosa: non eseguibile, a meno di smontare prima la Costituzione, i trattati europei e la Convenzione di Roma.
Tre cose che nessuna maggioranza parlamentare ha in tasca, per quanto larga.
Prendiamo il fisco, dove il testo riesce a smentirsi nell'arco di poche righe. Promette di ridurre la pressione fiscale fino a una flat tax a una o due aliquote e, tra gli strumenti per arrivarci, mette l'ampliamento della base imponibile, che significa, per definizione, tassare più redditi o più persone. O la pressione scende, o la platea si allarga.
Poi c'è l'articolo 53, che impone un sistema tributario informato a criteri di progressività, e un'aliquota unica progressiva non è. Prima della flat tax servirebbe quindi una revisione costituzionale: doppia deliberazione delle Camere, tre mesi di intervallo, probabile referendum confermativo. Anni. Verosimilmente più di una legislatura, cioè più del tempo che il documento si dà per fare tutto il resto.
E le coperture? Due voci: recupero dell'evasione e risparmi che arriverebbero dalla remigrazione. La prima è la stampella di ogni manovra italiana degli ultimi trent'anni e produce cifre che nessun ministro dell'Economia ha mai potuto iscrivere a bilancio in anticipo. La seconda è un risparmio stimato su una politica che non è stata ancora fatta. Il taglio delle tasse apre il buco il primo giorno; il gettito di una promessa non è gettito.
Sulla moneta fiscale il documento si tradisce da solo. Propone crediti d'imposta a circolazione volontaria e si affretta a precisare che non intende configurare una moneta alternativa. Uno strumento di compensazione emesso dallo Stato che passa di mano tra privati comincia a comportarsi come debito pubblico tenuto fuori bilancio, e la Banca d'Italia lo aveva già messo nero su bianco nel 2017: qualunque forma di moneta fiscale confligge con le regole europee. Chiamiamola col suo nome, che è stare accanto all'euro fingendo di non uscirne.
Il passaggio giuridicamente più pesante, però, è quello che nessuno ha titolato. Il programma rivendica la prevalenza della Costituzione italiana sui trattati e sul diritto europeo, e l'uso sistematico del veto a partire dal prossimo bilancio pluriennale dell'Unione. Messa così suona come un'affermazione di principio, di quelle che si applaudono in piazza. Solo che va a sbattere contro l'articolo 11 e l'articolo 117, e contro quarant'anni di giurisprudenza costituzionale: dalla sentenza Granital del 1984 l'Italia riconosce il primato del diritto europeo nelle materie di competenza dell'Unione, con la valvola di sicurezza dei controlimiti a presidio dei principi fondamentali. Ribaltare quel rapporto non è una precisazione tecnica., è la porta d'uscita dal mercato unico, scritta in caratteri piccoli.
Il capitolo immigrazione è il più corposo naturalmente (quello che prende la pancia dell’elettore), e non è un caso: ventidue misure di remigrazione. Fra queste, presumere la pericolosità sociale dello straniero condannato senza valutazione caso per caso. Automatismi del genere la Corte costituzionale li ha bocciati più volte, e la Corte di Strasburgo li censura quando l'espulsione non lascia spazio al bilanciamento con i legami familiari che l'articolo 8 della Convenzione pretende. Le presunzioni assolute di pericolosità hanno del resto un antenato molto preciso, e porta la data del 1930.
Sulla cittadinanza servirebbero vent'anni di dimora regolare continuativa, italiano al livello C1 e una dichiarazione formale di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Vent'anni continuativi sono una barriera che colpisce anche in uscita: milioni di iscritti all'AIRE lavorano fuori confine, e con quel metro diventano meno italiani di prima.
Sul lessico bisogna andarci con la bilancia, perché si sbaglia in entrambe le direzioni. Il documento rivendica "la ricchezza dei tratti specifici dei nostri volti, dei nostri capelli, dei nostri occhi", parla di una nazione di diritto e di sangue, e avverte che per fare un italiano non basta un corso di educazione civica, ci vogliono secoli. Il patriottismo culturale finisce esattamente dove comincia l'inventario dei tratti somatici. E la penisola più attraversata del Mediterraneo, quella di greci, etruschi, fenici, longobardi, arabi, normanni, spagnoli e austriaci, resta il posto peggiore del continente dove mettersi a cercare una purezza da difendere.
Qui viene il punto che tiene insieme tutto il resto. Ogni cosa che questo programma promette di costruire dipende da regole che chi l'ha scritto non può cambiare. Ma due cose, due sole, un governo le può fare sul serio il lunedì mattina, con una legge ordinaria e nessun quorum speciale: abrogare la legge Mancino e cancellare il reato di femminicidio, quello introdotto a fine 2025 e votato alla Camera da 237 deputati senza un contrario. Costruire richiede permessi che non arriveranno mai. Demolire no. Un programma impotente su tutto tranne che sulla demolizione dice parecchio su dove finirebbero davvero i primi cento giorni.
Resta il patriarcato mediterraneo, il modello che dovrebbe formare "maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni" a protezione delle donne. Il documento lega la crisi di quel modello alla violenza sulle donne, e qui i numeri non fanno un favore a nessuno: l'Italia ha uno dei tassi di femminicidio più bassi d'Europa, attorno a 0,4 vittime ogni centomila donne, mentre i Paesi scandinavi, primi in ogni classifica sulla parità, stanno più in alto. È il cosiddetto paradosso nordico, che gli studiosi spiegano in buona parte con la propensione a denunciare e con la distanza fra leggi e costumi. Quello che in nessuna serie storica si trova è la prova del contrario: che restituire agli uomini un ruolo di comando abbassi gli omicidi in famiglia. E un uomo che protegge dominando è la descrizione clinica della dinamica che precede la maggior parte dei femminicidi, cioè qualcuno che uccide nel momento esatto in cui sente di aver perso il controllo.
Un programma che non si può applicare ha un vantaggio che nessun programma serio possiede: non fallisce mai. Sono promesse da marinaio, fatte da chi il largo non ha nessuna intenzione di prenderlo.