Me ne frego
Breve storia di un'autodistruzione nazionale mascherata da coraggio.
Il 15 giugno 1918, sulla linea del Piave, un soldato del Regio Esercito si presentò al comandante prima di una missione da cui non si aspettava di tornare. Disse: "Signor comandante, io me ne frego." Non stava esibendo spavalderia. Stava descrivendo uno stato mentale: la sospensione del giudizio sul proprio futuro. Era la formula dell'uomo che smette di calcolare perché i conti non tornano.
Fu quello, così vuole la tradizione, il momento in cui nacque il più italiano degli slogan. Non in un comizio, non sulla penna di un poeta. Nacque in trincea, dalla bocca di qualcuno che probabilmente morì poco dopo.
Da lì in poi, la frase non smise di viaggiare. Gli Arditi la scrissero sulle bende delle ferite aperte — gesto che vale più di mille commenti, perché trasforma il dolore in insegna. D'Annunzio la prese, la lucidò, la ricamò in oro sul gagliardetto azzurro dei legionari fiumani. Mussolini la adottò come filosofia di governo, il che è già un ossimoro di proporzioni storiche: governare con il disprezzo delle conseguenze.
Qui sta il problema. Non nella frase in sé, che nella trincea del Piave aveva un senso preciso e persino nobile. Il problema è cosa succede quando "me ne frego" smette di essere l'ultimo atto di un uomo che sa di morire e diventa il programma politico di un popolo vivo.
Perché l'Italia ha fatto esattamente questo.
Nessun altro paese ha elevato l'indifferenza alle conseguenze a virtù nazionale con la stessa coerenza e lo stesso orgoglio. La spavalderia, da noi, ha sempre goduto di una reputazione che non merita: viene scambiata per coraggio, quando è quasi sempre la sua contraffazione. Il coraggio valuta il rischio e lo accetta. La spavalderia lo ignora, e poi chiede agli altri di pagare il conto.
Si può ripercorrere la storia recente del paese attraverso questa lente, e il quadro che emerge è sconfortante. Il debito pubblico accumulato decennio per decennio con l'allegria di chi firma cambiali sapendo che non sarà lui a onorarle. Le grandi opere annunciate e mai finite. Le riforme avviate e abbandonate alla prima resistenza. L'abitudine a scegliere l'uomo forte — di volta in volta diverso, sempre uguale nella promessa di farla franca — perché almeno lui, dicono, "non ha paura di nessuno." Come se non aver paura fosse una qualità di governo e non un sintomo clinico.
Lo storico Giordano Bruno Guerri ha scritto che D'Annunzio non fu fascista, ma fornì al fascismo l'intero armamentario simbolico: i discorsi dal balcone, il culto dei caduti, "me ne frego", "a noi", le camicie nere. Un pacchetto completo, pronto all'uso. Quello che Guerri non dice — o dice meno esplicitamente — è che quell'armamentario funzionò così bene perché rispondeva a qualcosa che era già lì. Non fu D'Annunzio a inventare il tipo umano. Lo trovò già formato, lo celebrò, gli diede una voce riconoscibile.
Il tipo umano è ancora lì.
Achille Lauro nel 2020 ha rispolverato il titolo per una canzone pop — gesto che potrebbe sembrare profanazione o riappropriazione, a seconda di dove ci si siede. In realtà non è né l'una né l'altra: è la conferma che la frase ha una vita propria, che sopravvive ai contesti, che torna sempre. Come le cattive abitudini.
La domanda vera non è chi ha inventato "me ne frego" o chi se n'è appropriato. La domanda è: perché in Italia funziona ancora? Perché continua a essere una proposta vincente, dal comizio alla canzone pop, passando per il programma di governo?
La risposta più onesta è che è una frase di sollievo. Libera dal peso delle conseguenze, sospende provvisoriamente l'angoscia di un paese che le conseguenze le conosce benissimo — e non sa come affrontarle. È più facile fregarsene che cambiare. È più semplice il gesto del soldato sul Piave che il lavoro lungo e oscuro di chi costruisce qualcosa che dura.
Il soldato del Piave aveva una scusa: sapeva che stava per morire.
Noi no.