Ottanta candeline, e nessuno che porti la torta a chi è rimasto fuori
Il 2 giugno 2026 lo Stato spegne ottanta candeline tra parate e Frecce Tricolori. Ma una festa di compleanno serve a celebrare chi compie gli anni, non a fingere che vada tutto bene mentre una parte degli invitati è rimasta chiusa fuori dalla porta.
Ogni 2 giugno il copione si ripete identico. Le Frecce Tricolori dipingono il cielo sopra i Fori Imperiali, le autorità sfilano, i discorsi istituzionali ricordano il valore della Costituzione e della democrazia. Quest'anno c'è pure una cifra tonda: ottant'anni. Nel 1946 un paese in macerie si recò alle urne e mandò a casa il re di maggio. Umberto II di Savoia salì al trono il 9 maggio, lasciò l'Italia il 13 giugno: regnò poco più di un mese. Da quel referendum nacque la Repubblica. Concorsi banditi dal Quirinale, coccarde appuntate sul petto, truppe schierate. Bello, certo. Il problema non è la festa.
Il problema è cosa festeggiamo, esattamente.
Mettiamola così. Una persona inabile al lavoro, caso reale e non uno spot, riconosciuta invalida al cento per cento, riceve dallo Stato una pensione di inabilità. Sapete a quanto ammonta nel 2026? Trecentoquaranta euro e settantuno centesimi al mese, per tredici mensilità. Trecentoquaranta euro per chi non può lavorare e deve comunque pagare l'affitto, la luce, il pane. Con questo si vive. O meglio, si sopravvive, ammesso di arrivare a fine mese, cosa che secondo l'Istat il 22,4 per cento degli italiani fa con grande difficoltà. Tenete a mente la cifra. Tornerà utile più avanti.
Nel frattempo l'Europa, nel 2025, ha toccato il record di spesa militare dalla fine della Guerra fredda: ottocentosessantaquattro miliardi di dollari, più del quattordici per cento in un anno. L'Italia ha fatto la sua parte, anzi qualcosa in più, con un balzo del venti per cento. Per gli armamenti i soldi si trovano. Sempre. Si trovano in fretta, si trovano con entusiasmo, si trovano senza che nessuno chieda dove fossero nascosti prima. Per la pensione di inabilità, invece, ci sono trecentoquaranta euro e settantuno centesimi. Non un centesimo in più.
Non è retorica pacifista. Non sto dicendo che le armi non servano. Sto dicendo una cosa più semplice e più scomoda: lo Stato sa benissimo dove trovare i soldi quando decide di trovarli. Quando non li trova, è perché ha stabilito che quella spesa non vale la fatica. E una pensione da trecentoquaranta euro, evidentemente, non la vale.
Poi c'è l'Articolo 3 della Costituzione. Quello che promette uguaglianza, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano la libertà dei cittadini. Parole bellissime, scritte da gente (padri costituenti) che usciva da vent'anni di dittatura e sapeva cosa significavano. Oggi quell'articolo lo calpesta chiunque. Lo calpesta la burocrazia che tiene una persona anziana reclusa in casa per due anni perché un ascensore non si può aggiustare: manca un'autorizzazione, manca un timbro, manca la volontà. Lo calpesta lo Stato che lascia dormire in automobile un cittadino che la Repubblica l'ha costruita e pagata con le tasse di una vita, perché una stanza in affitto non si trova o non si può permettere. Dov'è la Repubblica quando questa gente chiama? Il numero è quello giusto. Dall'altra parte non risponde nessuno.
Risponde invece, puntuale, l'Agenzia delle Entrate-Riscossione. Quella risponde sempre. Dal 2026 può accedere ai dati delle fatture elettroniche per far scattare pignoramenti lampo, e dopo la sentenza della Cassazione dell'ottobre scorso le banche devono vincolare ogni somma che entra sul conto nei sessanta giorni dalla notifica. Tradotto: per una cartella non pagata ti bloccano il conto corrente. Lo Stato che non trova trecentoquaranta euro per chi non può lavorare trova il modo, rapidissimo, di prelevare quei pochi euro a chi non riesce a pagare le tasse perché con quegli euro ci comprava la cena.
E poi, sull'altro versante, la Repubblica sa anche essere generosa. Molto generosa, con alcuni, ripeto alcuni. Prendete i premi agli atleti che ci rappresentano nelle grandi competizioni. Un premio da centottantamila euro, l'oro di Milano-Cortina. Prima si applicava una ritenuta del venti per cento, trentaseimila euro trattenuti, e l'atleta incassava centoquarantaquattromila euro invece di centottantamila. Oggi non più. Lo Stato ha fatto una scelta precisa: chi rappresenta l'Italia ai massimi livelli sportivi viene premiato anche dal fisco. Scelta legittima, per carità. Ma è proprio questo il punto: è una scelta. Trentaseimila euro di tasse non riscosse su un premio valgono più di cento mensilità di pensione di inabilità. Lo Stato decide a chi alleggerire il conto e a chi bloccarlo. Decide chi merita il gesto e chi merita la cartella. E chi vive con trecentoquaranta euro al mese sa benissimo da che parte della scelta si trova.
A tutto questo si aggiunge l'inflazione, che non fa sconti a nessuno. Ad aprile 2026 è risalita al 2,7 per cento, trainata dai rincari dell'energia: il gasolio da riscaldamento è cresciuto del trentotto per cento in un anno. Ed eccola tornare utile, quella cifra. Il 22,4 per cento che ogni mese non sa come arrivare alla fine non è un'anomalia isolata: undici milioni di italiani, dice l'Istat, sono a rischio di povertà, quasi uno su cinque. La povertà energetica tocca il nove per cento delle famiglie. E per la prima volta i figli rischiano di stare peggio dei padri: per la generazione nata fra il 1980 e il 1994 la mobilità sociale che scende ha superato quella che sale.
Questi non sono umori. Sono numeri. È l'Istat, è la Cassazione, è la Gazzetta Ufficiale. Fatti che si possono controllare uno per uno.
E qui torna la domanda che gli apparati preferiscono lasciare sotto le coccarde. La Repubblica del 1946 nacque da una partecipazione popolare straordinaria, milioni di italiani alle urne per scegliere il futuro dello Stato. Oggi l'astensione cresce a ogni consultazione. Non è solo un dato statistico, è il sintomo di qualcosa di più profondo. Forse il vero referendum sulla Repubblica non si svolge più nelle urne, ma nell'indifferenza con cui molti guardano alla vita pubblica. E l'indifferenza è il nemico peggiore. Uno Stato resiste alle contestazioni, agli avversari dichiarati, ai nostalgici della monarchia. Molto più difficile resistere a chi ha semplicemente smesso di sentirsi coinvolto. Nessuna parata, per quanto spettacolare, può colmare da sola quella distanza.
Allora la domanda resta, e non è una provocazione: cosa festeggiamo? Festeggiamo una Costituzione dicono tra le più belle del mondo sulla carta e tra le più disattese nei fatti. Festeggiamo un patto che lo Stato chiede ai cittadini di rispettare, paga le tasse e rispetta le regole, ma che lo stesso Stato, dall'altro lato del tavolo, non rispetta. Trecentoquaranta euro. Un conto corrente bloccato. Un ascensore rotto da due anni. Un'automobile usata come camera da letto.
La maggior parte dei cittadini non rimpiange i Savoia. Chi lo fa non ha capito né la storia né il presente, ma li rispetto. La Repubblica resta la cosa migliore che questo paese si sia dato. E poi c'è chi il 2 giugno non lo festeggia per principio: penso a chi, in Sardegna per esempio, guarda a questa Repubblica come a una cosa decisa altrove, lontana, e rivendica il diritto di governarsi da sé. Non è la mia posizione ma la capisco benissimo. Ma il pensiero libertario ha un nocciolo difficile da liquidare: lo Stato non è un padre, è un patto. E un patto che esenta dal fisco chi vince le medaglie e blocca il conto a chi non arriva a fine mese, prima o poi spinge qualcuno a chiedersi perché dovrebbe continuare a firmarlo. Festeggiare la libertà è la cosa più facile del mondo. Garantirla è un'altra faccenda.
Una festa di compleanno serve a celebrare chi compie gli anni, non a fingere che vada tutto bene mentre una parte degli invitati è rimasta chiusa fuori dalla porta. I poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, gli italiani sempre meno italiani. E la Repubblica sempre meno res publica, sempre meno cosa di tutti.
Auguri, Repubblica Italiana. Ottant'anni. Spegni pure le candeline. E già che ci sei, prova a ricordarti di chi, stanotte, le candeline non se le può permettere. Ricordatevi che, mentre scrivo, da qualche parte, in un ufficio dell'INPS, giace una misera domanda di pensione di inabilità che aspetta dal 2024. Ferma lì, sotto la polvere, mentre fuori sfilano bandiere, coccarde, truppe e sorrisi smaglianti.