Qualcuno sa dirmi cosa ha prodotto o produce il Festival dell'Economia di Trento?
Ogni fine maggio arriva il Nobel di turno, parte il selfie, e il paese rimane dov'era. Una domanda semplice senza risposta.
Il badge te lo appendi al collo come un attestato di qualcosa. Arancione (colore ufficiale), con il nome stampato sopra. Quest'anno come l'anno scorso, come vent'anni fa. Il Festival dell'Economia è tornato a Trento, e Trento si è colorata come ogni fine maggio: le piazze si riempiono (gli alberghi pure), i relatori arrivano da ogni dove, i premi Nobel sorridono per la foto, e lo sproloquio (La Zanzara) — quello solenne, quello con le pause teatrali — riempie le sale, riempie le case o le macchine che a una determinata ora si sintonizzano su Radio24. Poi tutti a casa. E Trento torna quella di prima. Dimenticavo: la solita passerella di mezzo governo (quello in carica).
C'è una domanda che in questi giorni nessuno fa veramente. Non perché sia difficile. Perché è la più ovvia del mondo, e le domande ovvie a un festival dell'intelligenza applicata fanno una certa figuraccia.
La domanda è: e dopo?
Dopo vent'anni di festival, dopo centinaia di panel, migliaia di relatori, decine di temi — crescita, disuguaglianza, debito pubblico, lavoro, inflazione, innovazione e le new entry, Intelligenza Artificiale e CPR (centri di permanenza per i rimpatri) — cosa è cambiato? Non nelle teorie. Nei fatti. Nelle leggi. Nelle politiche economiche del paese. Cercate il provvedimento nato qui, la svolta che si può attribuire a una sessione di Trento. Cercatelo. Io aspetto.
Il Festival dell'Economia è un motore economico che finge di essere un laboratorio di idee. E la parte comica — quella che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce — è che il vero PIL che produce non è quello delle tesi discusse sul palco, ma quello degli alberghi pieni, dei ristoranti che finalmente girano, dei taxi che lavorano, dei B&B che fanno il pieno. Quello è il ritorno concreto. Quello è l'economia che si muove davvero durante il Festival dell'Economia.
Il resto è performance. Bella, curata, con i relatori giusti e le locandine eleganti. Ma performance.
Intendiamoci: non è che l'indotto sia una cosa di poco conto, anzi. Per una città di centoventi mila abitanti, una settimana di congressi internazionali vale qualcosa, tanto. Vale fattura, vale occupazione, vale immagine. Se il Festival fosse venduto onestamente per quello che è — un grande evento congressuale e turistico che porta soldi a Trento — potremmo parlare di un successo. Un successo misurabile, con i numeri, come piace agli economisti.
Ma il Festival non viene venduto così. Viene venduto come pensiero. Come laboratorio. Come il posto dove si discute il futuro del paese. E su questo terreno, il bilancio è impietoso.
Il selfie col Nobel resta il simbolo perfetto di tutto. Non si va nella piazza per capire cosa ha detto il Nobel — si va per dimostrare di esserci stati. Il contenuto è accessorio. L'immagine è il prodotto. E l'immagine, poi, finisce su Instagram, che è l'unico posto dove i risultati del Festival dell'Economia sono davvero verificabili.
Vent'anni. Un paese economicamente fermo. Una città che ogni fine maggio diventa arancione come un cartello stradale. La prossima edizione, propongo un panel nuovo: "Quanto vale in euro un'ora di sproloquio in piazza Fiera." Quello almeno avrebbe una risposta.