Sessantotto romanzi su cento, e poi il vuoto

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Sessantotto romanzi su cento, e poi il vuoto

Un giornalista del Guardian (Ioan Marc Jones) riapre i classici che amava da ragazzo e scopre di non saperli più leggere. Non è invecchiato il libro. È cambiato chi lo tiene in mano.

Aveva letto sessantotto dei cento migliori romanzi di sempre, secondo la lista pubblicata dal The Guardian a maggio. Si è sentito insopportabilmente fiero. Ne mancavano trentadue, quasi tutti vittoriani, mattoni che a vent'anni divorava in piscina. Ha deciso di finirli. Poi ha aperto il primo libro.

Era Tristram Shandy. Laurence Sterne minaccia il lettore nelle prime pagine, promette digressioni, e per il resto del romanzo mantiene la promessa. Il giornalista lo ha trovato illeggibile: lingua gonfia, trama indecifrabile, deviazioni che fanno perdere il filo. È passato a Dracula, divertente per centocinquanta pagine, poi soffocato dalla forma epistolare, da Van Helsing che moraleggia e tentenna. Ha provato con Dickens, Our Mutual Friend, un autore che un tempo amava. Si è arreso dopo sessanta pagine, controllando i risultati del calcio a cui non tiene nemmeno.

Disprezzare un classico è colpa del libro. Disprezzarne tre di fila è un'altra storia.

Qui il pezzo smette di parlare di letteratura e comincia a parlare di noi. La pagina chiede poco: è lineare, non ha pop-up, non ha pubblicità che reclama attenzione. Gli schermi fanno l'opposto. La psicologa Gloria Mark ha documentato come ci spingano a saltare di continuo da una cosa all'altra. Chartbeat ha misurato che un lettore su tre online resta meno di quindici secondi su un articolo. Buona parte di chi ha cominciato a leggere questo pezzo non è arrivata fin qui.

Lo schermo ha cambiato il modo di leggere. Premia la scorsa veloce, lo sguardo che scivola, e lascia una stanchezza da testo che il libro paga per ultimo. Kate McLoughlin, di Oxford, lo dice senza giri: si legge moltissimo, solo non libri. Post, commenti sotto la riga, messaggi, mail, le frasi prodotte dall'intelligenza artificiale. Il lavoro peggiora le cose. Sempre più persone passano la giornata davanti a uno schermo, annegate nelle notifiche. Dopo otto ore di cattiva lettura, nessuno vuole un vittoriano di novecento pagine.

C'è un esempio domestico nel pezzo che vale più di ogni statistica. Il padre, quadro intermedio, affrontava i classici nelle due settimane d'estate perché le sere erano già piene di report. La madre, bambinaia, lavoro di mani e non di schermo, leggeva un romanzo ogni sera.

Ma il problema vero, dicono gli studiosi, è la mancanza di pratica. Nancy Yousef, della Rutgers University, indica le frasi: seguire un pensiero attraverso subordinate, ipotesi, salti di registro che ti portano dal concreto all'astratto e ritorno, è una fatica a cui non siamo più allenati. Helen Hackett, dello University College di Londra, lo ammette di sé: anche da professoressa di letteratura inglese, a fine giornata accende più spesso la televisione di quanto apra un libro.

Il giornalista ha messo a fuoco la cosa che spaventa. Da adolescente leggeva Sterne, Stoker e Dickens senza sforzo. In meno di dieci anni ha perso la capacità di leggere alcuni dei migliori libri mai scritti, e non sa quando è successo. Gli esperti gli ripetono la stessa cosa: i classici vogliono pazienza, e la pazienza si riallena.

Il consiglio più ricorrente è cominciare in piccolo. Katie Garner, di St Andrews, propone di leggere «alla maniera vittoriana», cioè a puntate, come uscivano in origine i grandi romanzi dell'Ottocento. Un capitolo per volta. Si rallenta, si indugia, si lascia montare la suspense del finale sospeso.

Resta una domanda che il pezzo non chiude, e fa bene a non chiuderla. Forse non abbiamo perso i libri. Forse li abbiamo solo messi giù un attimo, per controllare un punteggio che non ci interessava.