Una stazione chiamata «Italia»

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Una stazione chiamata «Italia»

Cronaca di un Paese seduto in sala d'attesa mentre il mondo corre sui binari della storia.

«La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.»

 — Antonio Gramsci, Quaderni del carcere.

Vi è mai capitato di restare in una stazione senza dover prendere un treno? Non per partire. Per stare. Si guardano i tabelloni che si ribaltano, gli orari che slittano, la gente che corre verso il binario giusto. C'è chi parte, chi abbraccia qualcuno che parte, chi torna da lontano con la valigia pesante. E poi c'è chi resta seduto. A guardare.

Negli ultimi giorni mi è tornata in mente quella che qualcuno chiama la teoria della stazione. Una metafora vecchia: la vita come una banchina, le occasioni come treni che arrivano e ripartono. Banale, lo so. Ma guardando il mondo di questi mesi, ho avuto la sensazione che l'Italia somigli sempre di più al viaggiatore fermo, biglietto in mano, che lascia passare un convoglio dopo l'altro.

I treni partiti

In vent'anni ne abbiamo visti sfilare parecchi. Digitalizzazione. Ricerca. Politica industriale. Natalità. Produttività. Ogni governo ha annunciato l'arrivo di quello buono, quello che avrebbe cambiato tutto. Ogni volta il tabellone prometteva una partenza imminente. E ogni volta il treno spariva dietro una curva: una crisi di maggioranza, un decreto rinviato, l'ennesima rissa ideologica su una cosa che altrove avevano già risolto. Gli altri intanto viaggiavano. Noi discutevamo del colore delle carrozze.

Il treno che arriva dal Golfo

Adesso, però, la stazione non è più tranquilla. Da lontano si sente un rumore più grosso. La guerra. L'escalation tra Iran, Israele e le potenze che ci girano attorno non è una notizia da consumare tra una portata e l'altra del telegiornale. È roba che entra in casa dalla porta di servizio: il prezzo dell'energia, l'inflazione che riparte, la crescita che si inceppa. Ogni volta che il Golfo prende fuoco, prima o poi qualcuno bussa alle porte dell'Europa. E un Paese che compra all'estero quasi tutta l'energia che brucia sa benissimo come va a finire. Le bollette non leggono i comunicati. I mercati non guardano i talk show. La geopolitica presenta il conto quando meno te lo aspetti, e non accetta rateizzazioni.

La sala d'attesa permanente

Intanto restiamo sospesi. La politica promette. L'economia rallenta. I giovani fanno la valigia. Le imprese tengono botta. I cittadini tirano avanti e stringono quella cinghia sempre di più. È come se il Paese avesse imparato ad aspettare per mestiere. Aspettiamo la ripresa. Aspettiamo la riforma. Aspettiamo la crescita. Aspettiamo il futuro, che poi è il modo più elegante per non occuparsene oggi. C'è un rischio che nessuno racconta volentieri: che l'attesa smetta di essere una fase e diventi un indirizzo di residenza. Perché a un certo punto non aspetti più il treno. Abiti la stazione.

Quando il tabellone smette di aggiornarsi

Forse la domanda non è quale treno prendere. Forse è un'altra, più scomoda: vogliamo ancora partire? La storia non aspetta sulla banchina. Corre, accelera, cambia binario senza chiedere permesso. E chi resta troppo a lungo in sala d'attesa scopre prima o poi una verità che a scuola non insegnano: non tutti i treni ripassano. Mentre il mondo ridisegna gli equilibri di chi vende energia e di chi ne fissa il prezzo, l'Italia è ancora lì, biglietto in mano, occhi sul tabellone.

La domanda vera non è quale sarà il prossimo convoglio. È peggio. Saremo ancora capaci di riconoscerlo, quando arriverà? E soprattutto: avremo ancora le gambe per corrergli dietro?