Una via di Cagliari, e la domanda che nessuno vuole fare

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Una via di Cagliari, e la domanda che nessuno vuole fare

Se qualcuno mi avesse messo davanti questa fotografia senza dirmi dove fosse stata scattata, avrei tirato a indovinare Casablanca. O Tunisi. O un vicolo di Istanbul nell'ora della preghiera del venerdì. File ordinate di schiene piegate, scarpe allineate sul marciapiede come davanti a una moschea, un tappeto rosso steso sull'asfalto, le palme sullo sfondo. Tutto torna. Tranne una cosa: siamo a Cagliari.

E allora la domanda arriva da sola. Quando una fotografia smette di raccontare un episodio e comincia a raccontare una trasformazione?

Mettiamoci d'accordo subito, così non perdiamo tempo. Non sto parlando della fede di quegli uomini. Pregare non è un reato e non lo sarà mai in uno Stato libero. Chi vuole trasformare questo in una crociata contro l'Islam ha sbagliato lettura, e probabilmente ha sbagliato anche blog. Il punto è un altro, ed è più scomodo proprio perché non si lascia ridurre a uno slogan.

Partiamo dalla parola che in Italia si tira fuori a giorni alterni: laicità dello Stato. La invochiamo con grande energia quando c'è da togliere un crocifisso da un'aula, da togliere il presepe dall'atrio della scuola, da spiegare al parroco che lo spazio pubblico non è cosa sua, magari spostare o addirittura annullare il Natale. Bene. Poi arriva una preghiera collettiva che occupa una strada, e improvvisamente la stessa laicità diventa timida, comprensiva, quasi commossa. Allora una domanda onesta: la laicità consiste nel ridurre la presenza pubblica del cristianesimo, oppure nel tenere neutro lo spazio pubblico per chiunque? Perché le due cose non sono la stessa, e chi fa finta di non vedere la differenza lo fa di proposito.

Da qui si arriva al nodo vero, quello che fa arrossire i convegni. Chi arriva si integra nel Paese che lo accoglie, oppure il Paese che accoglie deve riscriversi per andare incontro a chi arriva? La differenza non è teorica. Si misura in richieste concrete, una alla volta: minareti, mense separate, cimiteri dedicati, festività da riconoscere, spazi di culto da trovare. Ogni singola richiesta, presa da sola, sembra ragionevole. È la somma che cambia il disegno. E nessuno ha il coraggio di dire fin dove ci si può spingere prima che l'integrazione smetta di essere integrazione e diventi un'altra cosa, che ha un altro nome.

C'è poi una parola che in Europa abbiamo deciso di dimenticare: reciprocità. Non parlo di tutti, non serve generalizzare per fare effetto. Parlo di casi precisi. Ci sono Stati del Golfo dove costruire una chiesa è un'impresa quando non è vietato del tutto. Ci sono Paesi dove cambiare religione ti rovina la vita, quando non te la toglie. Ci sono luoghi dove un crocifisso al collo è un problema. La domanda allora è semplice, e non è razzista porla: perché l'Europa deve essere l'unica civiltà al mondo che rinuncia in partenza a chiedere lo stesso trattamento che concede?

Una parte della risposta sta nel divario tra chi decide e chi vive. Il multiculturalismo lo celebrano gli assessori, i rettori, le fondazioni, le ong che vivono di progetti. Sempre da una certa distanza, sempre con la conferenza già prenotata. Il cambiamento del quartiere, invece, lo vede chi ci abita, chi scende a comprare il pane, chi prende l'autobus alle sette del mattino. Le élite parlano di società aperta. I cittadini guardano la strada sotto casa e si accorgono che non è più la stessa, vedi Marghera.

Mi si dirà: è solo una fotografia. Vero. Ma le nazioni non vivono solo di PIL e di codici fiscali. Vivono di immagini, di cose che la gente vede e riconosce come proprie o come estranee. E certe immagini raccontano un cambiamento che le statistiche faticano ancora a misurare, ma che chiunque, guardando, capisce al volo.

Resta la domanda, e non la addolcisco. Non è se quegli uomini abbiano il diritto di pregare: in uno Stato libero la risposta è ovvia, e chi finge di non saperlo bara. La domanda è un'altra. Tra vent'anni, davanti a questa stessa fotografia, gli italiani vedranno ancora una scena eccezionale, qualcosa che colpisce perché fuori posto (magari con qualche ministro Bengalese)? Oppure vedranno il ritratto normale del Paese che nel frattempo sono diventati, senza che nessuno glielo abbia mai chiesto?

Ogni civiltà ha il diritto di essere accogliente. Nessuna civiltà ha il dovere di dimenticare se stessa.